mercoledì 11 novembre 2015

La conferenza stampa di De Luca e quelle risatine in sala



Ciò che davvero disgusta di questo video (tratto dalle dichiarazioni rese oggi alla stampa dal governatore della Campania, fonte Il Fatto Quotidiano) non è tanto il tono di De Luca - arrogante e a tratti pericolosamente contiguo al linguaggio malavitoso - ormai ben noto e sempre tollerato, salvo rare eccezioni, nel Pd da Renzi in giù. Il ras campano porta voti, e tanti: evidentemente il suo bacino di consensi mette in secondo piano tutto il resto, compresi i reiterati atteggiamenti spavaldi, diffamatori e non di rado intimidatori. Ciò che davvero risulta ripugnante in questa pagliacciata camuffata da conferenza stampa è l'eco delle risatine che risuona nella sala alle battute di De Luca, non dissimile da quella scena de Gli Intoccabili in cui reporter cortigiani e spesso collusi ridacchiavano ascoltando Al Capone - Robert De Niro. Quello però era un ritratto della malavita nell'America del proibizionismo. Questa invece è l'Italia. Oggi.

P.S. A proposito del premier: anche oggi, come sempre accade in circostanze che possono creare imbarazzi al suo esecutivo, Renzi si è ben guardato dal rilasciare dichiarazioni sulle nuove grane giudiziarie che coinvolgono quel governatore da lui pervicacemente voluto e sostenuto a dispetto della spada di Damocle rappresentata dalla Severino e soprattutto della sua storia processuale. A quanto pare in Italia, tra tanti gufi e sciacalli, c'è anche una lepre pronta a darsela a gambe di fronte ai guai.






mercoledì 4 novembre 2015

Muccino e quell'improvvido post su Pasolini.

L'altro ieri Gabriele Muccino ha scritto un post su Facebook (poi cancellato, ma su internet tutto resta) dedicato al Pasolini regista. Lo scritto - confuso e sintatticamente involuto - è sintetizzabile attraverso alcuni suoi passaggi: "Ho sempre pensato che Pasolini regista fosse fuori posto, anzi, semplicemente un non regista. Uno che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava. (...) In quegli anni Pasolini regista aprì involontariamente le porte a quella illusione che il regista fosse una figura e un ruolo accessibile a chiunque, intercambiabile o addirittura improvvisabile rendendo il cinema un prodotto avvicinabile da coloro che il cinema non sapevano di fatto farlo. (...) Il cinema Pasoliniano aprì le porte a quello che era di fatto l’anti cinema in senso estetico e di racconto. Il cinema italiano morì da lì a pochissimi anni con una lunga serie di registi improvvisati che scambiarono il cinema per qualcos'altro".
Sinceramente non conosco bene il cinema di Muccino, l'unico suo film che ho visto è L'Ultimo Bacio e lo ricordo come una pellicola caotica, priva di qualunque estetica, girata con stile piatto e attori costantemente sopra le righe e poco credibili. Un pollaio ingovernabile, diametralmente opposto al rigore dell'opera pasoliniana. Detto questo mi limito a rilevare che se volessimo prendere per buone (e non lo sono) le tesi espresse nel suo post, Muccino dovrebbe eterna riconoscenza a Pasolini in quanto ampiamente beneficiato dall'apertura delle porte dell'anticinema. Nel suo caso un portone.

Qualcuno potrebbe obiettare: non può Muccino avere una sua opinione su Pasolini, per quanto impopolare possa essere? Certo che può averla, ed è suo diritto esprimerla nella consapevolezza che le sue parole daranno vita ad un dibattito anche aspro. Se però cancella il post a poche ore dalla sua pubblicazione e il giorno dopo arriva addirittura a chiudere il suo account Facebook (che aveva riattivato in maniera un po' ruffiana in occasione dell'uscita del suo nuovo film) evidenziando - e non è la prima volta - un preoccupante tasso di vittimismo (nel suo ultimo post, prima della chiusura, ha scritto "Tutti in fila… uno due, uno due… e chi non la pensa come voi, olio di ricino"), sorge il dubbio che le sue convinzioni non siano poi così salde e che il confronto con il pubblico non sia di suo interesse.

Altra obiezione: Muccino si è limitato a criticare il Pasolini cineasta. Che ha detto di così insopportabile? Il problema non sta tanto nell'opinione espressa da Muccino ma in alcuni dati di fondo che personalmente non riesco a condividere. Personalmente ritengo che l'uso della macchina da presa e più in generale la tecnica registica pasoliniani fossero quanto mai consapevoli e adeguati a quelle che erano le sue narrazioni. Si tratta naturalmente di opinioni, io ho la mia e Muccino - che certamente di cinema ne sa molto più del sottoscritto - ha la sua ed evidenzia una distanza incolmabile tra due diversi approcci al mondo del cinema: se PPP era privo di stile ed usava la macchina da presa in maniera amatoriale, ne deduco che per estensione Muccino penserà le stesse cose - faccio il primo esempio che mi viene in mente - di un Bresson e di tutti i maestri del minimalismo, espliciti riferimenti per il Pasolini regista. E io non posso che dissentire e considerare quelle di Muccino critiche mosse da una visione superficiale del lavoro cinematografico pasoliniano e di quelli che stilisticamente sono i suoi principali ispiratori, a partire appunto da Robert Bresson.

Ancora: non sarà forse che Muccino paga anche un ostracismo dovuto alla scarsa considerazione di cui gode, manco fosse un Vanzina qualsiasi? In realtà dietro alla macchina da presa, almeno tecnicamente, se la cava bene. Ribadisco: di Muccino ho visto soltanto L'Ultimo Bacio e francamente non ricordo questo indimenticabile sfoggio di tecnica, forse perché distratto dalle grida inconsulte di Stefano Accorsi e Giovanna Mezzogiorno e da una sceneggiatura sciatta, colma di dialoghi prevedibili e superficiali. Non mi risulta che i suoi lavori successivi si discostino più di tanto da quella pelliccola. Certamente è chiaro che sarebbe ingiusto assimilare il cinema di Muccino a quello dei Vanzina, ma è altrettanto opportuno ricordare che i figli di Steno non hanno mai cercato di spacciare per arte la loro fuffa, al contrario di Muccino che da sempre è alla ricerca di quel riconoscimento critico che non può ottenere per il semplice fatto che in quasi vent'anni di carriera non ha prodotto nulla di rimarchevole. Anziché criticare Pasolini e fare il permaloso sui social, forse Muccino dovrebbe impegnarsi per creare un'opera che resti, se proprio vuole ottenere quel tanto agognato apprezzamento.

(Ringrazio Claudio Gavioli le cui argomentazioni e stimolanti critiche si sono rivelate efficace pungolo per la stesura di questo post.)

lunedì 2 novembre 2015

Roma, Marino e i consiglieri dimissionari: schiene diversamente dritte

Il trascorrere di un anno è generalmente scandito da eventi nefasti ai quali pare impossibile sottrarsi: ad esempio il Festival di Sanremo in inverno e le ondate di calore in estate. Oppure - in autunno - il nuovo libro di Bruno Vespa che oggi, puntuale come una stecca di Biagio Antonacci, ha presentato la sua ultima fatica, Donne d'Italia, conversando con Matteo Renzi. Il premier ha anche affrontato il tema della caduta di Ignazio Marino: "Quando vedo certi addii scenografici mi rendo conto di quanto possa essere falsa la politica. Chi fallisce la prova dell’amministrazione si rifugia nella cerimonia di addio, vibrante denuncia di un presunto complotto, con tono finto nobile e vero patetico. Non mi riferisco solo a Marino, certo". Come ha notato lo stesso Vespa è infatti palese il riferimento alle dimissioni di Enrico Letta a febbraio 2014, episodio che vede il simpatico cazzaro da Rignano assolutamente esente da qualunque responsabilità. Il fatto che un mese prima, nel corso di una telefonata intercettata, rivelasse all'allora comandante interregionale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi "Letta è un incapace, Berlusconi sta dalla mia parte" è circostanza puramente casuale. Stando a quanto Renzi ha raccontato a Vespa, dunque, Marino - al pari di Letta - sarebbe un piangina paranoide che vede complotti inesistenti. "Quando uno se ne va, dovrebbe spiegare cosa ha fatto, quali risultati ha ottenuto, perché ha perso la maggioranza. Se la maggioranza dei tuoi consiglieri ti manda a casa, non si chiama congiura: è la democrazia, bellezza". Marino avrebbe voluto intervenire in Assemblea Capitolina per esporre le proprie ragioni (condivisibili o meno) e discutere il “caso scontrini“, peccato che le dimissioni dei 19 consiglieri dem, volute da Renzi e chieste da Orfini, glielo abbiano impedito. Anche in questo caso ovviamente ci si trova di fronte ad un beffardo scherzo del fato, non ad una macchinazione ordita dal segretario dem in prima persona. Sempre in giornata, il premier si è ancora occupato del caso Roma sulla sua enews: "Si è conclusa la telenovela dell’amministrazione comunale di Roma. Dopo balletti, dimissioni e controdimissioni, abbiamo registrato un fatto singolare: ben ventisei consiglieri comunali hanno scelto di rinunciare alla poltrona, dimettendosi contestualmente e dunque sciogliendo la consiliatura. In un Paese in cui i politici non si dimettono mai o quasi, vorrei evidenziare la serietà di questi rappresentanti del popolo che hanno scelto di fare chiarezza lasciando la poltrona". La serietà, già. La nobiltà di questi probi consiglieri che hanno rinunciato al loro posto in nome del bene comune, per salvare Roma da Marino. Si fossero spesi così tanto per salvarla dai Buzzi e dai Carminati, forse ora leggeremmo una pagina decorosa del romanzo della Capitale. Invece la vera storia, che risulta essere un filo diversa da quella narrata nelle supercazzole del premier, racconta di Orfini -. uno che senza l'ordine di Renzi non si azzarda nemmeno ad accendere la Playstation - che spiega ai consiglieri capitolini che "chi non si adegua alla linea del partito può scordarsi la ricandidatura". Eccola la serietà secondo Renzi. Ed ecco la rottamazione dei vecchi vizi di quella politica marcia che il Grande Impostore aveva promesso di spazzare via: chi si adegua campa, chi non lo fa è fuori. Che poi durante i due anni di consiliatura ci si sia rivelati capaci o disastrosi è dato secondario. "Il gruppo dirigente che da domani guiderà il Pd non deve dire di sì al capo ma tenere la schiena dritta", dichiarava Renzi dopo la vittoria alle primarie del dicembre 2013. Forse Orfini e quelli come lui, fra un "sì" e un "obbedisco" farebbero bene ad effettuare un controllo ortopedico quanto prima.