giovedì 3 settembre 2015

La Balena Bianca di Renzi e Verdini? E' dietro l'angolo. M5S permettendo.

Bisogna dare atto a Matteo Renzi - che quando c'è da smentire sé stessi in genere si trova in pole position - di avere mantenuto una salda coerenza sulla questione berlusconismo-antiberlusconismo. Nel 2011, sulle pagine del suo libro "Fuori", ammetteva: "In tanti mi dicono che dovrei essere più antiberlusconiano. Ma io non riesco a odiare Berlusconi, neanche sforzandomi. Non ce la faccio. E' più forte di me. Non è solo un problema di età [...] è anche e soprattutto la reazione a un atteggiamento di antiberlusconismo viscerale che giudico dannoso più che inutile. E poi, è giusto dirlo, c'è anche il rispetto per una personalità oggettivamente incredibile, fuori dalla media, in tutti i sensi". Già all'epoca per l'ex sindaco di Firenze il problema non era il Caimano ma chi gli si opponeva. Se si ascolta il linguaggio da imbonitore del premier, se si analizzano le sue riforme (che dallo smembramento della Costituzione all'abolizione dell'articolo 18 rappresentano la realizzazione del libro dei sogni berlusconiano) e si considera la sua propensione a stringere alleanze esclusivamente con settori (quelli meno frequentabili) del centrodestra, viene da domandarsi per quale motivo egli si trovi a capo del principale partito progressista italiano (o ciò che ne resta). La risposta è semplice: Renzi sapeva benissimo che scalare - termine che il gra(da)sso di Rignano ama particolarmente - uno schieramento dominato dalla figura di B. era opzione impraticabile. Molto più agevole farsi largo tra le fila di un partito la cui cifra distintiva è il caos, un soggetto politico che negli ultimi vent'anni ha cambiato tre nomi e nove segretari. E, una volta raggiunto il vertice, trasformare un centrosinistra sempre più ipotetico in una balena bianca col baricentro spostato a destra. E' quanto nel lontano 2008 era stato profetizzato da Denis
Verdini, amico di vecchia data di Renzi e attuale stampella del suo governo: "Renzi è uno in grado di rompere gli schemi. Certo, oggi è un candidato del Pd: ma se poi di là saltasse tutto e si facesse un percorso insieme, non escludo nulla". Il percorso, cominciato con il Patto del Nazareno, porta dritto al Partito della Nazione. PdN, in entrambi i casi. A volte anche le sigle possono essere fatalmente premonitrici. Con un Berlusconi ormai agonizzante dal punto di vista del consenso e lo spettro di una sinistra pd che potrebbe far naufragare le riforme portando a una crisi di governo, Renzi è tentato di accelerare la mutazione del suo partito rafforzando l'alleanza col cinque volte inquisito Verdini (che proprio in queste ore sta cercando di traghettare un'altra decina di onorevoli verso il suo gruppo parlamentare) e inglobando il Nuovo Centrodestra (che da solo potrebbe vincere esclusivamente nei collegi di San Vittore e Regina Coeli). Secondo un recente sondaggio dell'Istituto Piepoli, un'eventuale intesa elettorale tra Pd e Ncd costerebbe ai dem la perdita di quattro punti percentuali, ma si sa che questi rilevamenti in periodi non elettorali non si caratterizzano per affidabilità. La verità è che ancora oggi molti elettori che criticano Renzi continuano a credere alla sciocchezza del "dopo di lui il diluvio" propinata dall'informazione che in buona parte era e resta fieramente e italianamente cortigiana. E nel segreto dell'urna lo rivoterebbero. L'unico ostacolo in grado di sbarrare il percorso del premier coincide con quella che allo stato attuale è l'unica forza di opposizione reale in parlamento: il M5S. Negli ultimi mesi il movimento è cresciuto parecchio ed è riuscito a suscitare l'interesse di molti cittadini che, probabilmente dopo aver visto le Boschi e gli Orfini all'opera, ora guardano ai Di Maio e ai Di Battista con minore scetticismo. Tra un Landini le cui intenzioni (e il cui peso) restano ancora un enigma e un Civati in cerca d'autore, i pentastellati devono cercare di sbagliare il meno possibile per rafforzare la loro affidabilità e presentarsi alle prossime consultazioni - quando saranno - come concreta alternativa di governo. Il fallimento del progetto renziano non può che passare attraverso di loro. Lo dicono i numeri.