giovedì 25 giugno 2015

La "buona scuola" di Renzi e dei suoi (consoni) compagni di viaggio

Il ddl Scuola ha incassato la fiducia del Senato. E' doveroso complimentarsi con gli ultras Pd - ai quali vincere interessa assai più che vedere un governo decente all'opera -  per lo straordinario successo ottenuto dalla maggioranza governativa che fa capo al partito che sostengono: un risultato che l'alleato Schifani non ha esitato a descrivere come "una svolta per il nostro sistema educativo nel senso di una maggiore qualità, competitività e competenza" dopo che nel pomeriggio aveva giustamente definito quella della "buona scuola" (sic) una "grande riforma di centrodestra". Ecco, in queste ore di democratico giubilo esprimo ai renziani tutti le mie più sentite felicitazioni per avere infine trovato nell'ex presidente del Senato, in Carlo Giovanardi e in Angelino Alfano gli alleati più consoni al progetto di sfaldamento del sistema scolastico voluto e imposto dal loro amatissimo premier. Vale la pena infine ricordare le parole pronunciate dall'illustrissimo ministro dell'istruzione Stefania Giannini immediatamente dopo il voto di fiducia: "Capisco che si possa masticare amaro vedendo il governo che, non solo mantiene i propri impegni, ma rispetta i tempi, che sono tempi straordinari per un’operazione gigantesca di queste proporzioni. Sfido ognuno a citare un’amministrazione pubblica che abbia compiuto un’operazione di questo genere". Alla Giannini piace vincere facile: nessuno prima d'ora, bisogna ammetterlo, era mai arrivato a tanto, nemmeno la Gelmini. C'è di che vantarsi. Quanto alla tempistica, l'augurio è che Renzi e i suoi cortigiani possano accelerare ulteriormente e dilaniare quanto resta del nostro tessuto democratico il più speditamente possibile. Giusto per abbreviare l'agonia.

mercoledì 17 giugno 2015

Italiani 1, Italiani 2 e Renzi 3

Non ci sono due Renzi, non esistono ritorni alle origini. Il premier di oggi è esattamente lo stesso di ieri: bullo, piacione, cialtrone. Un pressapochista circondato da una corte dei miracoli tanto arrivista quanto impreparata. Esistono invece gli Italiani 1 e gli Italiani 2. I primi sono coloro che - spinti da diverse motivazioni - nei primi mesi del 2014 hanno accordato la loro fiducia al Grande Impostore. Perché era giovane, perché aveva le idee chiare sulle reali emergenze del paese, perché non le mandava a dire, perché avrebbe dato voce all'Italia in Europa, perché le mani nelle tasche degli italiani le avrebbe messe esclusivamente per infilarci 80 euro, perché grazie a lui il Partito Democratico avrebbe finalmente vinto, perché era l'uomo giusto per risollevare l'Italia da quella catatonia a cui il pessimismo di gufi e professoroni l'avevano condannata. Perché quei pericolosi eversori del M5S costituivano una minaccia per la tenuta democratica del paese, perché finalmente qualcuno era deciso a dare battaglia ai potentati sociali ed economici. Perché era l'ultima speranza per la nazione.
In poco più di un anno quei cittadini si sono trasformati negli Italiani 2: sedici mesi di Governo Renzi sono stati sufficienti per comprendere che la gioventù non è di per sé un valore, che sapere riconoscere i problemi di un paese non significa essere in grado di risolverli, che l'Europa - ammesso che voglia ascoltare - è disposta a farlo solo se esiste un minimo di progettualità, che una mancia elettorale non basta per far riprendere i consumi, che senza visione di lungo periodo l'Italia non è in grado di rimettersi in moto, che forse i gufi non sono iettatori ma gente che ci vede benissimo e che non si lascia persuadere dal primo imbonitore che passa per Palazzo Chigi. Difficilmente gli Italiani 2 torneranno ad essere Italiani 1: è impresa titanica riconquistare un cittadino deluso, è bene che Renzi - tra un lampredotto e un bagno di saliva nel salotto di Vespa - se ne faccia una ragione. E comprenda che allo stato attuale la maggioranza degli italiani vorrebbe vedere un Renzi 3: quello che se ne torna a Firenze.