lunedì 30 marzo 2015

Da Mafia Capitale a Cpl Concordia: perché il Ministro Poletti dovrebbe fare un passo indietro

Foto: ilfattoquotidiano.it
Massimo D'Alema assicura che il suo rapporto con Cpl Concordia è totalmente trasparente, e che da tale rapporto non ha mai tratto alcun beneficio personale. L'ex leader diessino pone la questione da una prospettiva sbagliata. Proviamo a rovesciarla: per quale motivo alla coop modenese hanno avvertito l'esigenza di acquistare proprio i vini e il non indimenticabile ultimo libro di D'Alema? E' legittimo sospettare che chi sperava di ottenere un vantaggio da questo rapporto fossero proprio quelli di Cpl, e questo non è un problema da poco perché evidenzia per l'ennesima volta come il mondo cooperativo - in particolare quello emiliano - si serva in maniera fin troppo disinvolta della stampella della politica, per non parlare di quella del malaffare. E D'Alema a parte, alle luce di recenti inchieste come Mafia Capitale e Aemilia - che evidenziano i non propriamente specchiati intrecci tra mondo cooperativo, criminalità e politica - ci si chiede se il Ministro del lavoro Giuliano Poletti, che di quella realtà cooperativa è stato a lungo leader indiscusso, non avverta un minimo di disagio nel far convivere la sua attuale figura di uomo delle istituzioni con quella di ex rappresentante di un mondo che, giorno dopo giorno e indagine dopo indagine, si rivela sempre più corrotto e in stato di avanzata putrescenza morale: una cancrena che si è profondamente estesa anche durante gli anni del suo mandato di Presidente di Legacoop e che lascia pensare, nella più benevola delle ipotesi, ad una sua opera di vigilanza sulla condotta delle cooperative a dir poco sciatta. Al di là di eventuali responsabilità concrete attribuibili al Ministro Poletti, i fatti di questi mesi gettano più di un'ombra sul suo operato passato e di conseguenza presente. E, anche se in Italia pare improbo riuscire ad entrare in questa forma mentis, forse è giunto il momento di assimilare un semplice concetto: nessuna ombra deve offuscare il necessario rapporto di fiducia tra i cittadini e i loro rappresentanti.

giovedì 26 marzo 2015

Dieci proposte che Renzi non può rifiutare

E' ormai prassi consolidata bollare come gufo, disfattista e incapace di portare contributi concreti, chiunque si azzardi a muovere critiche a Matteo Renzi e al suo governo. Nel tentativo di prendere le distanze da questa ben poco encomiabile immagine, ho deciso di lanciare dieci proposte, che toccano diverse problematiche del nostro paese, atte a ridisegnare il volto dell'Italia. Su alcuni provvedimenti, ad esempio le riforme costituzionali, esecutivo e parlamento sono già al lavoro da diverso tempo. Niente è però ancora definitivo: c'è tempo per tornare sui propri passi, basta volerlo.


  1. Basta con il bicameralismo dei doppioni inutili. Una delle due camere va semplicemente abolita. Ne basta una sola, veramente autorevole, composta da non più di 500 persone.
  2. Le elezioni diano potere ai cittadini non ai segretari di partito. Per ridare autorevolezza al Parlamento bisogna innanzitutto abolire il "Porcellum", l'attuale legge elettorale che consente la nomina dei parlamentari da parte delle segreterie dei partiti, tornando ai collegi uninominali. 
  3. La politica non sia la via breve per avere privilegi e una buona pensione. Aboliamo tutti i vitalizi per i Parlamentari e i Consiglieri regionali. La politica torni a essere assolvimento di un dovere civico e non una forma di assicurazione economica.
  4. Eliminiamo la classe politica corrotta. Lo strumento è una amnistia condizionata al rispetto di 5 punti: ammissione della colpa, indicazione di tutti i complici, restituzione del maltolto, impegno a non fare più politica. In caso di nuovo reato, la pena si somma a quella del reato oggetto dell'amnistia.
  5. Fuori i partiti dalla Rai. La governance della Tv pubblica dev'essere riformulata sul modello BBC (Comitato Strategico nominato dal Presidente della Repubblica che nomina i membri del Comitato Esecutivo, composto da manager, e l'Amministratore Delegato). L'obiettivo è tenere i partiti politici fuori dalla gestione della televisione pubblica. 
  6. Portare il rapporto debito/Pil al 100% in 3 anni. La crisi di fiducia nell'Italia sui mercati internazionali accresce i tassi d'interesse e il peso del debito, che si trasforma in maggiori tasse per tutti. Per alleggerire questo peso e ridare fiducia ai mercati dobbiamo riportare il rapporto tra il debito e il Pil al 100% in tre anni. Questo può essere fatto attraverso: 1) privatizzazione imprese pubbliche; 2) privatizzazione municipalizzate; 3) alienazione di parte del patrimonio immobiliare dello Stato (il valore di mercato degli immobili di proprietà pubblica è di 380 miliardi; di questi sono ci sono immobili liberi per un valore di 42 miliardi di euro. Questi ultimi, essendo inutilizzati, possono essere venduti subito. Sul resto si veda quello che serve effettivamente al servizio pubblico e l'eccedenza sia liberata e venduta. Creazione di un fondo immobiliare che si occupi della valorizzazione degli asset); 4) imposta sui grandi patrimoni. Non solo questo riduce il debito, ma elimina gli spazi per il clientelismo. 
  7. Uscire dal sommerso. Ridurre l'aliquota dell'IRES per le imprese che accettano procedure di accertamento rapido e maggiore trasparenza sui bilanci. Questo riduce gli incentivi ed aumenta i rischi a mantenere un'attivita' nel sommerso. 
  8. Dirigenti a termine nelle aziende pubbliche. Nel pubblico i dirigenti, anche se falliscono, rimangono lo stesso nell'amministrazione, al massimo sono spostati e se falliscono ancora, vengono spostati ancora e girano nell'amministrazione fino alla pensione. L'incarico dirigenziale nell'amministrazione pubblica è una sfida ancora più grande rispetto a quella privata e perciò l'ambizione rispetto ai risultati deve essere maggiore. La proposta perciò è di avere contratti dirigenziali che durino cinque anni. 
  9. Città rinnovabili. Coinvolgere le amministrazioni cittadine nel raggiungimento degli obiettivi europei di riduzione delle emissioni, assegnando obbiettivi alle grandi aree urbane e ai comuni. Parte degli incentivi per le energie rinnovabili sarà destinata ai piani cittadini per le campagne d'introduzione delle tecnologie eco-efficienti (caldaie di nuova generazione, finestre a isolamento termico), della mobilità sostenibile e degli impianti solari e micro-eolici.
  10. Scegliere le grandi opere che servono davvero. Rivedere il piano delle infrastrutture alla luce di criteri di valutazione economica. Puntare sulle (poche) grandi opere che servono e soprattutto sulle tante piccole e medie opere delle quali il Paese ha davvero bisogno. 
Si tratta di proposte che, a mio avviso, il Presidente del Consiglio dovrebbe seriamente prendere in considerazione, non solo perché sono soluzioni di buon senso che incontrerebbero l'apprezzamento di buona parte dei cittadini. Ma soprattutto perché sono sue: sono infatti dieci dei cento punti programmatici da lui lanciati nel 2011 in occasione della seconda Leopolda, quando ancora era a caccia di quel consenso popolare del quale ora crede di poter fare a meno. Difficile dire se su queste tematiche Renzi abbia semplicemente rivisto le sue posizioni o se piuttosto, intuendone il potenziale dal punto di vista dell'accoglienza popolare, non se ne sia deliberatamente servito come grimaldello - uno dei tanti - per entrare a Palazzo Chigi. Personalmente un'idea me la sono fatta, ma non vorrei passare per gufo.

domenica 22 marzo 2015

Debora Serracchiani e le intercettazioni: come si cambia

Dopo le indagini sulle grandi opere, l'arresto del ras delle infrastrutture Ercole Incalza e le dimissioni da ministro di Maurizio Lupi, c'è un'emergenza su cui la maggioranza governativa all'unanimità ritiene sia necessario intervenire con sollecitudine e determinazione. Senza se e senza ma. No, non la legge anti-corruzione proposta nel 2013 da Piero Grasso. Quella è rimasta parcheggiata per 734 giorni presso la commissione Giustizia del Senato, prima di uscirne - naturalmente stravolta - per approdare finalmente alle Camere dove, con la dovuta fiacca, verrà ulteriormente smembrata e ricomposta ad immagine e somiglianza di chi la dovrà votare: un parlamento sui cui banchi siede, soprattutto tra le fila della maggioranza (e in particolare del Ncd), un nutrito drappello di deputati e senatori alle prese con le più svariate vicende giudiziarie. Siccome non si è mai vista una specie a rischio di estinzione operare per anticipare la propria scomparsa, c'è poco da illudersi riguardo al destino del provvedimento presentato dal Presidente dal Senato.
No, dicevamo: la vera questione che davvero urge risolvere con solerzia è quella della intercettazioni. A sensibilizzare le masse sul tema non ci pensano soltanto i rappresentanti del Nuovo Centro Detenuti (cit. Marco Travaglio); anche Debora Serracchiani ha una precisa opinione in merito: "Io non sono oggetto di intercettazione diretta, vengo citata da terze persone, mi domando a cosa serva nell’ambito dell’inchiesta far comparire sui giornali il mio nome. Credo che delle regole chiare sulle intercettazioni siano quantomai opportune". Parole che paiono andare in netta controtendenza rispetto a quanto l'esponente dem dichiarava sulla sua pagina Facebook il 5 ottobre 2011: "Sulle intercettazioni non possiamo andare contro la corte di giustizia europea che pone il diritto di cronaca prima di tutto anche prima del diritto alla privacy dei politici. A nessuno il dottore ha ordinato fare politica e chi la fa la deve fare anche per dare l'esempio. Il politico rappresenta le istituzioni e quindi non esistono suoi comportamenti privati che non incidano sulla credibilità pubblica". E' vero che nella vita nulla, anche dentro noi stessi, è immutabile e che, per dirla con James Russell Lowell, solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione. Eppure da chi fa politica ci si aspetterebbe, almeno per quei temi che toccano direttamente questioni etiche, una cifra minima di coerenza. Goethe scriveva: "Dobbiamo sempre provare a cambiare, a rinnovarci, cercare di ringiovanire". Debora Serracchiani è sicuramente cambiata. Ma nella sua mutazione da Amelie Poulain di belle speranze dem a rottweiler renziano, pare invecchiata cent'anni.

mercoledì 18 marzo 2015

Lupi, lei è un incompetente, s'informi

Mai attribuire alla malizia ciò che si spiega adeguatamente con l'incompetenza. (Napoleone Bonaparte)


Siccome Maurizio Lupi proprio non riesce a farsi entrare in testa il significato di termini quali nepotismo, trasparenza e opportunità, forse è il caso di tentare con un diverso concetto che potrebbe suonargli maggiormente familiare: quello di incompetenza. Se davvero il Ministro ritiene che gli stretti legami con alcuni degli imprenditori arrestati, le regalie e gli incarichi gentilmente assegnati al figlio siano bagatelle che non giustificano in alcun modo l'abbandono della poltrona, provi almeno a riflettere sulle ripercussioni che le intercettazioni delle sue conversazioni telefoniche con Incalza - nelle quali si palesa la mesta realtà: Lupi non è in grado di distinguere una strada da una ferrovia - avranno su quei brandelli di credibilità che ancora conservava. Si chieda quale credito i cittadini potranno accordargli da adesso in avanti, ora che la sua abissale impreparazione è certificata. Siamo andati ben oltre il già grave sospetto di abuso della propria posizione, oggi abbiamo almeno una incontrovertibile certezza: Maurizio Lupi, causa manifesta inadeguatezza al ruolo, non può mantenere il suo incarico ministeriale. E soprattutto la fiducia, prima ancora che in Parlamento, l'ha persa tra quei cittadini che sono, vale la pena ricordarlo di tanto in tanto, i suoi datori di lavoro. Lupi se ne faccia una ragione, rassegni le proprie dimissioni e stia tranquillo: gli italiani metabolizzeranno in fretta l'immane perdita. E se proprio non lo capisce provi a farselo spiegare da Incalza.

venerdì 13 marzo 2015

Ma Berlusconi è davvero in declino?

Tommaso Ederoclite, politologo e membro della segreteria Pd di Napoli, ha esordito ieri come blogger per il sito de Il Fatto Quotidiano. Il suo primo post si intitola "Berlusconi assolto: questa sentenza non fermerà il suo declino politico" e lo potete leggere qui. Quella che segue è la mia risposta al suo post. In bocca al lupo a Ederoclite per la sua nuova avventura.


Gentile Tommaso Ederoclite,
uno degli aspetti che più apprezzo dei blog pubblicati su ilfattoquotidiano.it è il pluralismo, l'ampio spazio lasciato alle diverse opinioni e al loro confronto. E' quindi certamente un bene che alle tante voci che alimentano i dibattiti su questo sito si sia aggiunta anche la sua. Il problema è che nel suo post di esordio le omissioni - non so se per sciatteria o per calcolo - superano di gran lunga le opinioni. Dalla fine del 1994, ai tempi della caduta del governo Berlusconi I, periodicamente si profetizza il declino politico dell'ex Cavaliere. Se a distanza di vent'anni ci si ritrova ancora a reiterare il solito stanco vaticinio è perché il declino di Silvio sarà anche, come lei sostiene, inesorabile. Ma è soprattutto lentissimo. Se questo è lo stato dell'arte, il (dubbio) merito è anche da attribuire allo zelo con cui il centrosinistra ha contribuito a mantenere politicamente in vita il Caimano. Vorrei ricordarle, anche se probabilmente le rammenta benissimo, le parole pronunciate da Luciano Violante durante un suo intervento alla Camera nel 2003: "Ieri l’onorevole Adornato ha ringraziato il presidente del nostro partito per aver detto che non c’è un regime. Io sono d’accordo con Massimo D’Alema: non c’è un regime sulla base dei nostri criteri. Però, cari amici e colleghi, se dovessi applicare i vostri criteri, quelli che avete applicato voi nella scorsa legislatura contro di noi, che non avevamo fatto una legge sul conflitto di interessi, non avevamo tolto le televisioni all’onorevole Berlusconi. Onorevole Anedda, la invito a consultare l’onorevole Berlusconi perché lui sa per certo che gli è stata data la garanzia piena – non adesso, nel 1994, quando ci fu il cambio di Governo – che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l’onorevole Letta".

Negli ultimi due decenni il partito di cui lei fa parte ha cambiato nomi e leader con una frequenza superiore ai cambi d'abito di Madonna durante i suoi show, partitini e leader minori dell'uno e dell'altro schieramento hanno conosciuto la ribalta e sono scomparsi. Siamo passati dal telefono a rotella allo smartphone. Eppure Berlusconi è ancora lì. E' sua opinione che il suo tramonto abbia avuto inizio nel 2011 con la vittoria di Pisapia: può darsi che sia così. Ciò nonostante la stella di Silvio, pur non essendo più al suo zenit, pare ancora ben lunghi dal calare oltre l'orizzonte: più che un tramonto pare un fermo immagine. Alle elezioni del 2013, nonostante la novità portata dal M5S e le imbarazzanti emulazioni di We Will Rock You sulla terrazza del Nazareno, l'allora Pdl riuscì ad attestarsi sopra al 20%. Il consenso attuale di Forza Italia secondo i sondaggi si aggira attorno al 15%, un dato destinato certamente a salire anche grazie all'assoluzione definitiva del suo leader al processo Ruby I. Certo, gli italiani - e questa è forse l'unica buona notizia - non rivedranno mai più Berlusconi alla Presidenza del Consiglio. Ma in fondo a Silvio non serve stare al governo dal momento che c'è chi lavora alacremente per lui: che bisogno c'è di assumersi la responsabilità di guidare il paese e di imporre nuovi impopolari provvedimenti più o meno ad personam quando c'è chi è ben felice di promulgarli al tuo posto? C'è stato un preciso istante in cui Berlusconi avrebbe potuto essere definitivamente consegnato alla rottamazione (già, la rottamazione: se la ricorda?), ovvero quando in via definitiva è stato riconosciuto colpevole di frode fiscale e privato dell'agibilità politica. Allora, e solo allora, vent'anni di malapolitica avrebbero potuto essere definitivamente archiviati. Per un po' ho davvero creduto che ciò potesse accadere, in quanto memore di un vecchio, risoluto tweet di Matteo Renzi: "Berlusconi sa che se vinciamo noi lui è il primo rottamato". Come sono poi andate le cose una volta che il segretario Pd ha varcato la soglia di Palazzo Chigi è storia recente e purtroppo ben nota: inutile tirare in ballo ancora una volta parole come patto, pregiudicato, inconfessabile, eccetera. E' sufficiente ricordare una legge da poco approvata, quella sulla responsabilità civile dei magistrati tanto agognata da "nonno Silvio" (cit. Renzi su Repubblica del 29/08/10): un provvedimento che se fosse stato approvato da un suo governo avrebbe fatto scendere in piazza migliaia di sdegnati democratici. Invece, dopo averlo resuscitato per l'ennesima volta, dopo averlo legittimato (creando un gravissimo precedente) nonostante la sua condanna definitiva, dopo il finto strappo consumatosi con l'elezione di Mattarella, gli avete tolto anche l'imbarazzo di sporcarsi le mani. Sarà anche in declino ma scoppia di salute. Berlusconi ha influenzato, influenza e continuerà ad influenzare pesantemente la vita politica italiana: non governa, non ne ha bisogno. Gli è bastato rimodulare la sua concezione di esercizio del potere ed adattarvisi. E probabilmente avrà realizzato che questo suo apparente defilarsi giova ai suoi interessi ben più di un suo diretto coinvolgimento nel governo della cosa pubblica. Potrei anche sbagliarmi, ad ogni buon conto per ora archivierò il suo post nella cartella "Ultime parole famose". Le assicuro che è in ottima ed illustre compagnia.

P.S. In chiusura di post lei scrive che "l'eclissi politica di Berlusconi è ormai inevitabile". Vorrei ricordarle che quello dell'eclissi è un fenomeno transitorio: una volta terminato, l'astro oscurato torna a splendere.

martedì 10 marzo 2015

Berlinguer non tocca Renzi

E' notizia di queste ore che in occasione delle elezioni amministrative ad Agrigento il Partito Democratico e Forza Italia correranno assieme. Se il Nazareno è (forse) morto a livello nazionale, a resuscitarlo come realtà locale ci hanno pensato il Presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta e Riccardo Gallo Afflitto (vicesegretario regionale di Fi, considerato uno dei fedelissimi di Marcello Dell'Utri) i quali, durante un incontro avvenuto nei giorni scorsi, hanno stretto un'intesa particolarmente caldeggiata dall'ex sindaco di Agrigento - nonchè ex Udc, ex Pdl - e ora presidente dell'assemblea regionale del PD Marco Zambuto, ovvero colui che a margine della Leopolda siciliana organizzata dal sottosegretario all'istruzione Davide Faraone ha orgogliosamente affermato: "Totò Cuffaro è stato e resta un amico personale". Stupisce che il premier Matteo Renzi - proprio quello che durante la campagna elettorale per le europee gridava ai grillini "sciacquatevi la bocca quando parlate di Berlinguer, Enrico non si tocca" - nulla abbia avuto da ridire su questa allegra ammucchiata tra voltagabbana, riciclati, indagati e amici di pregiudicati. D'altra parte l'istrione di Rignano non ha avvertito l'esigenza di esprimere il suo dissenso nemmeno di fronte all'arrogante candidatura per le regionali campane del condannato in primo grado - oltre che prescritto e sottoposto ad altri tre procedimenti giudiziari - Vincenzo De Luca, così come mai ha esternato alcuna opinione in merito all'arresto di Sergio Povia, sindaco democratico di Gioia del Colle accusato di reati contro la Pubblica Amministrazione, dimessosi dalla carica la settimana scorsa e ora ai domiciliari, o alla carcerazione di Salvatore Sannino - ex primo cittadino Pd di Casavatore, in Campania - o alle numerose altre beghe giudiziarie che hanno coinvolto in varie parti d'Italia numerosi esponenti locali dem. E quando Renzi ha parlato di temi che toccano quella questione morale tanto cara a Berlinguer - e tanto trascurata, non da ora, dal centrosinistra - lo ha fatto per sbandierare promesse mai concretizzate: prescrizione (all'indomani della sentenza eternit pareva questione vitale per il governo, invece è andata diversamente), daspo per i corrotti, falso in bilancio. Su un tema è stato invece di parola: quella responsabilità civile dei magistrati che nemmeno il Caimano, nei suoi sogni più rosei, mai avrebbe pensato di vedere un giorno realizzata.
E' chiaro che per il segretario del Pd la questione morale - a partire dal suo partito - non è mai stata e mai sarà questione preminente, se non in campagna elettorale o in momenti di consenso a rischio. E' altrettanto chiaro che Enrico Berlinguer, se ancora fosse tra noi, mai si sognerebbe di toccare Renzi. E se incidentalmente dovesse farlo, si sciacquerebbe le mani.

mercoledì 4 marzo 2015

De Luca il condannato e Renzi l'ingrato

Riuscirà Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno e trionfatore alle primarie democratiche per le elezioni regionali campane, nonchè condannato in primo grado per abuso d'ufficio, a sfuggire alle maglie della legge Severino che - in caso di vittoria - ne sancirebbe la decadenza dalla carica di presidente della regione immediatamente dopo la sua investitura? Probabilmente sì. Come riportato ieri dal Fatto Quotidiano c'è chi, armato del proverbiale zelo del valletto, già da qualche mese aveva messo le mani avanti. Parliamo di Fulvio Bonavitacola, concittadino e braccio parlamentare di De Luca; un po' l'omologo campano di ciò che è stato Dario Nardella per Matteo Renzi durante la sua scalata a Palazzo Chigi. Ora Nardella siede su quello scranno di Palazzo Vecchio in precedenza occupato dall'attuale premier; sono in molti negli ambienti democratici salernitani a scommettere che la stessa buona sorte toccherà a Bonavitacola qualora De Luca dovesse diventare - e restare - presidente della regione Campania. In veste di parlamentare Bonavitacola non ha fatto tantissimo: nella classifica di produttività dei deputati di OpenParlamento il suo piazzamento è un non proprio onorevolissimo 491° posto. Dall'inizio della legislatura ha presentato 25 emendamenti, 7 interrogazioni (tra aula e commissioni) e un'unica proposta di legge - arrivata alla Camera lo scorso 13 ottobre -  la cui presentazione generale così recita: "Modifiche agli articoli 7 e 10 del testo unico di cui al decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235, in materia di esclusione della condanna per abuso d'ufficio dal novero delle cause ostative alla candidatura nelle elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali". Proprio quell'abuso d'ufficio che, in caso di applicazione della Severino, potrebbe costare al primo cittadino di Salerno l'eventuale poltrona di governatore. Davvero sfortunato il povero Bonavitacola: incredibile come a volte le coincidenze giochino a sfavore di chi opera senza pensare minimamente al proprio tornaconto. Così come è certamente casuale che tra i cofirmatari del testo figurino gli ex-Sel Ferdinando Aiello e Michele Ragosta, all'epoca freschi di conversione al renzismo, e quell'Andrea Romano che una settimana dopo la presentazione del testo avrebbe abbandonato il gruppo parlamentare di Scelta Civica parcheggiandosi brevemente nel gruppo misto per poi stabilire definitivamente dimora tra i democratici. Naturalmente saranno stati spinti a firmare la proposta di legge in quanto mossi da sincero convincimento personale, non certo perchè desiderosi di esibire la loro fedeltà alla causa renziana. Ma cosa c'entra Renzi con De Luca? Lo spiega lo stesso sindaco campano quando dichiara apertamente di essere "il principale elettore in Campania e l'azionista di riferimento di Renzi". Millantatore? Non sembra. Andando a controllare i risultati delle primarie democratiche del 2013, quelle che hanno incoronato il bulletto di Rignano, si scopre che nel comune di Salerno le preferenze per Matteo erano arrivate al 72%, il 10% in più della media regionale e in controtendenza rispetto agli altri capoluoghi campani il cui dato oscillava tra il 53% di Benevento e il 64% di Napoli. Non solo: nelle consultazioni tra gli iscritti nei circoli, che si tennero con tre settimane di anticipo rispetto alle primarie, nella provincia di Salerno Renzi arrivò al 70%, ovvero 24 punti al di sopra della media regionale, fermatasi al 46%. La causa di un dato provinciale così alto fu la percentuale bulgara ottenuta dall'attuale premier proprio nella città di De Luca: il 97,1%. Cuperlo parlò di consultazioni drogate. Prossime all'overdose, verrebbe da dire: percentuali del genere non potevano passare inosservate, tanto che alla fine il voto nell'intera provincia salernitana fu escluso dai conteggi. E se i voti sono evaporati, l'episodio infelice rimane. Naturalmente Matteo ora fa spallucce e, denotando somma ingratitudine nei confronti di De Luca, manda avanti Bernadette Boschi (gli incarichi mortificanti, chissà perchè, li assegna sempre ad altri) a precisare che "al momento non è allo studio da parte del governo nessuna ipotesi di modifica della legge Severino” per poi concludere: “Non so se il Parlamento, nelle prossime settimane, riterrà di intervenire". Il messaggio destinato ai parlamentari è chiaro: c'è una legge in merito che da qualche mese soffrigge alla Camera, decidete voi se ultimare la cottura. C'è da scommettere che - conoscendo la loro visione leggermente distorta dell'etica - se li lasceranno fare quella legge andrà in porto. Giusto per sistemare un nuovo pezzo nella teca delle porcatine italiche, una collezione che alla quale il Presidente del Consiglio pare tenere particolarmente.

P.S. Severino a parte è convinzione di chi scrive che chi ha una condanna in primo grado , un reato estinto per prescrizione, e un cospicuo numero di procedimenti in corso con le accuse di diffamazione, corruzione, truffa, truffa aggravata, falso ideologico, associazione a delinquere, concussione e lottizzazione abusiva non dovrebbe avere la possibilità di candidarsi a presiedere la giuria di Miss Frittole 2015.

lunedì 2 marzo 2015

Il caso De Luca: la decadenza è prima di tutto quella della politica

La discussione scaturita dalla vittoria di Vincenzo De Luca alle primarie campane tenutesi ieri nasconde un errore di fondo: il nocciolo della questione non è se la sua candidatura a presidente della regione - stante, in caso di vittoria, la possibile decadenza dovuta alla legge Severino - sia opportuna o meno. La domanda che occorre davvero porsi è perchè i vertici regionali e nazionali del Partito Democratico abbiano dato il via libera per la corsa alle primarie di un esponente politico non solo condannato in primo grado per abuso d'ufficio, ma già prescritto (che, vale la pena di ricordarlo, non significa assolto) nel 2010 e con altri tre procedimenti a carico ancora in corso. La vera questione  è l'evidente discrepanza tra la sempre annunciata e mai realizzata rottamazione renziana e i festeggiamenti notturni di De Luca per la netta vittoria a suon di canzonette e champagne. Si sa che il neocandidato a presidente della regione è un aperto sostenitore del premier, tanto che questa mattina si è dichiarato "primo elettore campano e azionista di riferimento di Renzi". Forse rottamazione e questione morale valgono per tutti tranne che per i valletti del premier? Infine: gli elettori democratici campani invocano da tempo etica e trasparenza per la gestione della loro regione. Che più della metà di queste persone desiderose di cambiamento siano andate in massa a votare Vincenzo De Luca suona a dir poco bizzarro. Ma soprattutto sospetto. In certi casi a pensar male non si fa peccato. E ci si azzecca.