mercoledì 11 novembre 2015

La conferenza stampa di De Luca e quelle risatine in sala



Ciò che davvero disgusta di questo video (tratto dalle dichiarazioni rese oggi alla stampa dal governatore della Campania, fonte Il Fatto Quotidiano) non è tanto il tono di De Luca - arrogante e a tratti pericolosamente contiguo al linguaggio malavitoso - ormai ben noto e sempre tollerato, salvo rare eccezioni, nel Pd da Renzi in giù. Il ras campano porta voti, e tanti: evidentemente il suo bacino di consensi mette in secondo piano tutto il resto, compresi i reiterati atteggiamenti spavaldi, diffamatori e non di rado intimidatori. Ciò che davvero risulta ripugnante in questa pagliacciata camuffata da conferenza stampa è l'eco delle risatine che risuona nella sala alle battute di De Luca, non dissimile da quella scena de Gli Intoccabili in cui reporter cortigiani e spesso collusi ridacchiavano ascoltando Al Capone - Robert De Niro. Quello però era un ritratto della malavita nell'America del proibizionismo. Questa invece è l'Italia. Oggi.

P.S. A proposito del premier: anche oggi, come sempre accade in circostanze che possono creare imbarazzi al suo esecutivo, Renzi si è ben guardato dal rilasciare dichiarazioni sulle nuove grane giudiziarie che coinvolgono quel governatore da lui pervicacemente voluto e sostenuto a dispetto della spada di Damocle rappresentata dalla Severino e soprattutto della sua storia processuale. A quanto pare in Italia, tra tanti gufi e sciacalli, c'è anche una lepre pronta a darsela a gambe di fronte ai guai.






mercoledì 4 novembre 2015

Muccino e quell'improvvido post su Pasolini.

L'altro ieri Gabriele Muccino ha scritto un post su Facebook (poi cancellato, ma su internet tutto resta) dedicato al Pasolini regista. Lo scritto - confuso e sintatticamente involuto - è sintetizzabile attraverso alcuni suoi passaggi: "Ho sempre pensato che Pasolini regista fosse fuori posto, anzi, semplicemente un non regista. Uno che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava. (...) In quegli anni Pasolini regista aprì involontariamente le porte a quella illusione che il regista fosse una figura e un ruolo accessibile a chiunque, intercambiabile o addirittura improvvisabile rendendo il cinema un prodotto avvicinabile da coloro che il cinema non sapevano di fatto farlo. (...) Il cinema Pasoliniano aprì le porte a quello che era di fatto l’anti cinema in senso estetico e di racconto. Il cinema italiano morì da lì a pochissimi anni con una lunga serie di registi improvvisati che scambiarono il cinema per qualcos'altro".
Sinceramente non conosco bene il cinema di Muccino, l'unico suo film che ho visto è L'Ultimo Bacio e lo ricordo come una pellicola caotica, priva di qualunque estetica, girata con stile piatto e attori costantemente sopra le righe e poco credibili. Un pollaio ingovernabile, diametralmente opposto al rigore dell'opera pasoliniana. Detto questo mi limito a rilevare che se volessimo prendere per buone (e non lo sono) le tesi espresse nel suo post, Muccino dovrebbe eterna riconoscenza a Pasolini in quanto ampiamente beneficiato dall'apertura delle porte dell'anticinema. Nel suo caso un portone.

Qualcuno potrebbe obiettare: non può Muccino avere una sua opinione su Pasolini, per quanto impopolare possa essere? Certo che può averla, ed è suo diritto esprimerla nella consapevolezza che le sue parole daranno vita ad un dibattito anche aspro. Se però cancella il post a poche ore dalla sua pubblicazione e il giorno dopo arriva addirittura a chiudere il suo account Facebook (che aveva riattivato in maniera un po' ruffiana in occasione dell'uscita del suo nuovo film) evidenziando - e non è la prima volta - un preoccupante tasso di vittimismo (nel suo ultimo post, prima della chiusura, ha scritto "Tutti in fila… uno due, uno due… e chi non la pensa come voi, olio di ricino"), sorge il dubbio che le sue convinzioni non siano poi così salde e che il confronto con il pubblico non sia di suo interesse.

Altra obiezione: Muccino si è limitato a criticare il Pasolini cineasta. Che ha detto di così insopportabile? Il problema non sta tanto nell'opinione espressa da Muccino ma in alcuni dati di fondo che personalmente non riesco a condividere. Personalmente ritengo che l'uso della macchina da presa e più in generale la tecnica registica pasoliniani fossero quanto mai consapevoli e adeguati a quelle che erano le sue narrazioni. Si tratta naturalmente di opinioni, io ho la mia e Muccino - che certamente di cinema ne sa molto più del sottoscritto - ha la sua ed evidenzia una distanza incolmabile tra due diversi approcci al mondo del cinema: se PPP era privo di stile ed usava la macchina da presa in maniera amatoriale, ne deduco che per estensione Muccino penserà le stesse cose - faccio il primo esempio che mi viene in mente - di un Bresson e di tutti i maestri del minimalismo, espliciti riferimenti per il Pasolini regista. E io non posso che dissentire e considerare quelle di Muccino critiche mosse da una visione superficiale del lavoro cinematografico pasoliniano e di quelli che stilisticamente sono i suoi principali ispiratori, a partire appunto da Robert Bresson.

Ancora: non sarà forse che Muccino paga anche un ostracismo dovuto alla scarsa considerazione di cui gode, manco fosse un Vanzina qualsiasi? In realtà dietro alla macchina da presa, almeno tecnicamente, se la cava bene. Ribadisco: di Muccino ho visto soltanto L'Ultimo Bacio e francamente non ricordo questo indimenticabile sfoggio di tecnica, forse perché distratto dalle grida inconsulte di Stefano Accorsi e Giovanna Mezzogiorno e da una sceneggiatura sciatta, colma di dialoghi prevedibili e superficiali. Non mi risulta che i suoi lavori successivi si discostino più di tanto da quella pelliccola. Certamente è chiaro che sarebbe ingiusto assimilare il cinema di Muccino a quello dei Vanzina, ma è altrettanto opportuno ricordare che i figli di Steno non hanno mai cercato di spacciare per arte la loro fuffa, al contrario di Muccino che da sempre è alla ricerca di quel riconoscimento critico che non può ottenere per il semplice fatto che in quasi vent'anni di carriera non ha prodotto nulla di rimarchevole. Anziché criticare Pasolini e fare il permaloso sui social, forse Muccino dovrebbe impegnarsi per creare un'opera che resti, se proprio vuole ottenere quel tanto agognato apprezzamento.

(Ringrazio Claudio Gavioli le cui argomentazioni e stimolanti critiche si sono rivelate efficace pungolo per la stesura di questo post.)

lunedì 2 novembre 2015

Roma, Marino e i consiglieri dimissionari: schiene diversamente dritte

Il trascorrere di un anno è generalmente scandito da eventi nefasti ai quali pare impossibile sottrarsi: ad esempio il Festival di Sanremo in inverno e le ondate di calore in estate. Oppure - in autunno - il nuovo libro di Bruno Vespa che oggi, puntuale come una stecca di Biagio Antonacci, ha presentato la sua ultima fatica, Donne d'Italia, conversando con Matteo Renzi. Il premier ha anche affrontato il tema della caduta di Ignazio Marino: "Quando vedo certi addii scenografici mi rendo conto di quanto possa essere falsa la politica. Chi fallisce la prova dell’amministrazione si rifugia nella cerimonia di addio, vibrante denuncia di un presunto complotto, con tono finto nobile e vero patetico. Non mi riferisco solo a Marino, certo". Come ha notato lo stesso Vespa è infatti palese il riferimento alle dimissioni di Enrico Letta a febbraio 2014, episodio che vede il simpatico cazzaro da Rignano assolutamente esente da qualunque responsabilità. Il fatto che un mese prima, nel corso di una telefonata intercettata, rivelasse all'allora comandante interregionale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi "Letta è un incapace, Berlusconi sta dalla mia parte" è circostanza puramente casuale. Stando a quanto Renzi ha raccontato a Vespa, dunque, Marino - al pari di Letta - sarebbe un piangina paranoide che vede complotti inesistenti. "Quando uno se ne va, dovrebbe spiegare cosa ha fatto, quali risultati ha ottenuto, perché ha perso la maggioranza. Se la maggioranza dei tuoi consiglieri ti manda a casa, non si chiama congiura: è la democrazia, bellezza". Marino avrebbe voluto intervenire in Assemblea Capitolina per esporre le proprie ragioni (condivisibili o meno) e discutere il “caso scontrini“, peccato che le dimissioni dei 19 consiglieri dem, volute da Renzi e chieste da Orfini, glielo abbiano impedito. Anche in questo caso ovviamente ci si trova di fronte ad un beffardo scherzo del fato, non ad una macchinazione ordita dal segretario dem in prima persona. Sempre in giornata, il premier si è ancora occupato del caso Roma sulla sua enews: "Si è conclusa la telenovela dell’amministrazione comunale di Roma. Dopo balletti, dimissioni e controdimissioni, abbiamo registrato un fatto singolare: ben ventisei consiglieri comunali hanno scelto di rinunciare alla poltrona, dimettendosi contestualmente e dunque sciogliendo la consiliatura. In un Paese in cui i politici non si dimettono mai o quasi, vorrei evidenziare la serietà di questi rappresentanti del popolo che hanno scelto di fare chiarezza lasciando la poltrona". La serietà, già. La nobiltà di questi probi consiglieri che hanno rinunciato al loro posto in nome del bene comune, per salvare Roma da Marino. Si fossero spesi così tanto per salvarla dai Buzzi e dai Carminati, forse ora leggeremmo una pagina decorosa del romanzo della Capitale. Invece la vera storia, che risulta essere un filo diversa da quella narrata nelle supercazzole del premier, racconta di Orfini -. uno che senza l'ordine di Renzi non si azzarda nemmeno ad accendere la Playstation - che spiega ai consiglieri capitolini che "chi non si adegua alla linea del partito può scordarsi la ricandidatura". Eccola la serietà secondo Renzi. Ed ecco la rottamazione dei vecchi vizi di quella politica marcia che il Grande Impostore aveva promesso di spazzare via: chi si adegua campa, chi non lo fa è fuori. Che poi durante i due anni di consiliatura ci si sia rivelati capaci o disastrosi è dato secondario. "Il gruppo dirigente che da domani guiderà il Pd non deve dire di sì al capo ma tenere la schiena dritta", dichiarava Renzi dopo la vittoria alle primarie del dicembre 2013. Forse Orfini e quelli come lui, fra un "sì" e un "obbedisco" farebbero bene ad effettuare un controllo ortopedico quanto prima.

giovedì 15 ottobre 2015

La legge col segno meno.

La legge di stabilità per il 2016 è stata presentata oggi da Renzi con venticinque tweet consecutivi e con il lancio dell'hashtag ‪#italiacolsegnopiù‬. Secondo il premier si tratta di una manovra epocale, "una legge di fiducia". E gli italiani di fiducia dovranno averne davvero tanta: ad un primo esame, diversi punti del provvedimento paiono sì epocali ma non esattamente in senso positivo.
1) Ci sono i tagli di Imu e Tasi già da tempo annunciati da Renzi: si tratta di una notizia che farà felici molti cittadini, almeno fino a quando non realizzeranno che i comuni in qualche modo dovranno recuperare il mancato gettito tagliando numerosi servizi, anche tra quelli essenziali.

2) C'è poi il dimezzamento della spending review: i risparmi sulla spesa pubblica passeranno da dieci a cinque miliardi, alla faccia delle auto blu all'asta su Ebay e delle tante promesse propagandistiche.
3) La prevista dotazione di 113,1 miliardi per il Fondo Sanitario Nazionale sarà tagliata di oltre due miliardi di euro, con il conseguente rischio di vedere aumentare ticket e liste di attesa. In paesi come Francia e Germania questi fondi ammontano a quasi 150 miliardi.
4) Con la nuova legge di stabilità gli over 63 avranno la possibilità di chiedere alle loro aziende di lavorare part time. Così durante l'altra metà della giornata potranno occuparsi dei nipotini. O trovarsi un bell'impiego in nero.
5) Le risorse per la lotta alla povertà nel 2016 ammonteranno a 600 milioni di euro. Un bel gruzzolo? No, un obolo se si considera che il famoso provvedimento degli 80 euro in busta paga è costato alle casse dello stato dieci miliardi.
6) Il tetto all'uso del contante, che era limitato a mille euro, sale a tremila. Chi fa nero e riciclaggio ringrazia affettuosamente.
7) E le coperture? Quelle non sono certo un problema: è sufficiente aumentare il deficit pubblico portandolo, nella migliore delle ipotesi, al 2,2% del prodotto interno lordo. Tanto si sa che in Italia la coperta è sempre corta.
Secondo Renzi questa legge di stabilità è "straripante di buone notizie". Conviene dotarsi di salvagente.

mercoledì 14 ottobre 2015

Il compleanno del Pd: otto anni portati meravigliosamente male

Oggi il Partito Democratico festeggia il suo ottavo compleanno. Anche se dopo cinque segretari, psicodrammi interni, patti scellerati, alleanze a dir poco discutibili e inchieste giudiziarie, di anni ne dimostra sessanta. Auguri.

P.S. Io le capisco quelle persone (e non sono poche) che continuano ad accordare la loro fiducia al Pd nonostante Renzi, il Nazareno, Verdini, l'amico Alfano, il ras De Luca, diversi provvedimenti smaccatamente destrorsi, Mafia Capitale e altri scandali assortiti: il Grande Impostore prometteva epocali cambiamenti, battaglie se non proprio di sinistra perlomeno progressiste e loro gli hanno accordato fiducia. Ora che realizzano che le loro aspettative sono state tradite faticano a confessarlo. E' come acquistare il biglietto per un grande evento rock: sei convinto di andare a vedere Springsteen e trovi sul palco Bryan Adams. Ci resti male ma non lo ammetterai mai, per non fare la figura del citrullo.

martedì 13 ottobre 2015

Riforme approvate. A futura memoria

Giorgio Napolitano con Denis Verdini e Pierferdinando Casini
(Foto: ilfattoquotidiano,it)
Lo confesso, sono felice che il Senato abbia approvato il disegno di legge sulle riforme costituzionali. Sono contento perché questo triste passaggio chiarisce molte cose, perché resterà agli atti chi queste riforme le ha votate: Verdini, Barani e la loro pattuglia di diversamente responsabili, gli "onorevoli" del Nuovo Centrodestra che, tra pregiudicati, inquisiti e indagati, più che un gruppo parlamentare pare un raduno del fan club della Banda Bassotti, i tanti transfughi del centrodestra saltati sul carro del toscano vincitore e i voltagabbana fuoriusciti di Sel come Gennaro Migliore. E naturalmente buona parte del Partito Democratico, compresa un ampia fetta di quella minoranza interna che gioca a fare l'immacolato fintanto che si trova a favore di telecamera. Il tutto orchestrato dal governo di un premier che nessuno ha votato e che, stando a tutti i sondaggi, è inviso alla maggioranza degli italiani. Questa riforma rabberciata e palesemente antidemocratica che spedisce al senato - con tanto di immunità - un drappello di consiglieri regionali la cui etica media è ben nota grazie alle cronache di questi anni, è la degna, orrenda figlia del parlamento indecente che l'ha partorita. E' giusto che resti scritto chi l'ha voluta e chi l'ha osteggiata. A futura memoria.

martedì 6 ottobre 2015

Barani, D'anna, Verdini e le teste di cavallo

Ricapitolando: venerdì scorso, durante una seduta del Senato, il "fine intellettuale mitteleuropeo" Lucio Barani (senatore di Ala, il gruppo fondato da Verdini per sostenere le riforme del governo Renzi, naturalmente senza pretendere un'adeguata contropartita. Come no.) si rivolge alla senatrice Lezzi (M5S) mimando una fellatio. Durante la stessa seduta, il diversamente onorevole Vincenzo D'anna (anche lui di Ala), sempre indirizzando le sue attenzioni verso la Lezzi, mima un altro gesto osceno alzando e abbassando le braccia in zona inguinale. I due si difendono sostenendo che sarebbe stata la parlamentare pentastellata a provocarli, ricordando la linea difensiva di certi stupratori secondo i quali se una donna gira in minigonna un po' se la va a cercare. Ieri sia Barani che D'Anna sono stati sospesi per cinque giorni dai lavori parlamentari: in un paese anche solo vagamente civile, cinque giorni sarebbero stati il lasso di tempo loro concesso per preparare i bagagli e andarsene a cercare una nuova occupazione, magari tra i manovali portuali in quel di Marsiglia. Intervistato a La Zanzara, D'Anna (che nel suo curriculum vanta un'amicizia fraterna con l'ex sottosegretario Nicola Cosentino, ora agli arresti domiciliari per concorso esterno in associazione mafiosa) anziché cogliere l'occasione per chiedere scusa alla Lezzi e ai cittadini che rappresenta, ha pensato bene di prendersela con il presidente Grasso citando Robert De Niro / Al Capone nel celebre finale de Gli Intoccabili: "Grasso è solo chiacchiere e distintivo". Ora facciamo un passo indietro: domenica pomeriggio, mentre Renzi è intento a lodare l'azione del suo governo davanti a una Lucia Annunziata curiosamente afona, su SkyTg24 Denis Verdini lancia un misurato avvertimento - dai toni giusto un filo malavitosi - al premier facendo presente che lui voterebbe prontamente una bella riforma della giustizia (nulla che confligga con i cinque procedimenti giudiziari che pendono sul suo capo, chiaramente) e ricordando che la maggioranza a Palazzo Madama è traballante. Per chiarire meglio il concetto, dedica a Matteo una rivisitazione de La Lontananza del povero Modugno: " La maggioranza sai è come il vento e rischia di finire in Migliavacca quando Gotor si sveglia e s’incazza". Tali poetiche strofe, al cui cospetto Fossati e Capossela paiono i figli meno dotati di Mariano Apicella, possono essere così tradotte: "Matteo, qui comandi tu. Però si fa come dico io". Ecco, questo in buona sostanza è stato il fine settimana in casa dei nuovi alleati di Renzi. Ma va bene così, poteva andare peggio: alle luce di certe passioni cinefile, avrebbe potuto finire a teste di cavallo mozzate sotto le lenzuola.

giovedì 3 settembre 2015

La Balena Bianca di Renzi e Verdini? E' dietro l'angolo. M5S permettendo.

Bisogna dare atto a Matteo Renzi - che quando c'è da smentire sé stessi in genere si trova in pole position - di avere mantenuto una salda coerenza sulla questione berlusconismo-antiberlusconismo. Nel 2011, sulle pagine del suo libro "Fuori", ammetteva: "In tanti mi dicono che dovrei essere più antiberlusconiano. Ma io non riesco a odiare Berlusconi, neanche sforzandomi. Non ce la faccio. E' più forte di me. Non è solo un problema di età [...] è anche e soprattutto la reazione a un atteggiamento di antiberlusconismo viscerale che giudico dannoso più che inutile. E poi, è giusto dirlo, c'è anche il rispetto per una personalità oggettivamente incredibile, fuori dalla media, in tutti i sensi". Già all'epoca per l'ex sindaco di Firenze il problema non era il Caimano ma chi gli si opponeva. Se si ascolta il linguaggio da imbonitore del premier, se si analizzano le sue riforme (che dallo smembramento della Costituzione all'abolizione dell'articolo 18 rappresentano la realizzazione del libro dei sogni berlusconiano) e si considera la sua propensione a stringere alleanze esclusivamente con settori (quelli meno frequentabili) del centrodestra, viene da domandarsi per quale motivo egli si trovi a capo del principale partito progressista italiano (o ciò che ne resta). La risposta è semplice: Renzi sapeva benissimo che scalare - termine che il gra(da)sso di Rignano ama particolarmente - uno schieramento dominato dalla figura di B. era opzione impraticabile. Molto più agevole farsi largo tra le fila di un partito la cui cifra distintiva è il caos, un soggetto politico che negli ultimi vent'anni ha cambiato tre nomi e nove segretari. E, una volta raggiunto il vertice, trasformare un centrosinistra sempre più ipotetico in una balena bianca col baricentro spostato a destra. E' quanto nel lontano 2008 era stato profetizzato da Denis
Verdini, amico di vecchia data di Renzi e attuale stampella del suo governo: "Renzi è uno in grado di rompere gli schemi. Certo, oggi è un candidato del Pd: ma se poi di là saltasse tutto e si facesse un percorso insieme, non escludo nulla". Il percorso, cominciato con il Patto del Nazareno, porta dritto al Partito della Nazione. PdN, in entrambi i casi. A volte anche le sigle possono essere fatalmente premonitrici. Con un Berlusconi ormai agonizzante dal punto di vista del consenso e lo spettro di una sinistra pd che potrebbe far naufragare le riforme portando a una crisi di governo, Renzi è tentato di accelerare la mutazione del suo partito rafforzando l'alleanza col cinque volte inquisito Verdini (che proprio in queste ore sta cercando di traghettare un'altra decina di onorevoli verso il suo gruppo parlamentare) e inglobando il Nuovo Centrodestra (che da solo potrebbe vincere esclusivamente nei collegi di San Vittore e Regina Coeli). Secondo un recente sondaggio dell'Istituto Piepoli, un'eventuale intesa elettorale tra Pd e Ncd costerebbe ai dem la perdita di quattro punti percentuali, ma si sa che questi rilevamenti in periodi non elettorali non si caratterizzano per affidabilità. La verità è che ancora oggi molti elettori che criticano Renzi continuano a credere alla sciocchezza del "dopo di lui il diluvio" propinata dall'informazione che in buona parte era e resta fieramente e italianamente cortigiana. E nel segreto dell'urna lo rivoterebbero. L'unico ostacolo in grado di sbarrare il percorso del premier coincide con quella che allo stato attuale è l'unica forza di opposizione reale in parlamento: il M5S. Negli ultimi mesi il movimento è cresciuto parecchio ed è riuscito a suscitare l'interesse di molti cittadini che, probabilmente dopo aver visto le Boschi e gli Orfini all'opera, ora guardano ai Di Maio e ai Di Battista con minore scetticismo. Tra un Landini le cui intenzioni (e il cui peso) restano ancora un enigma e un Civati in cerca d'autore, i pentastellati devono cercare di sbagliare il meno possibile per rafforzare la loro affidabilità e presentarsi alle prossime consultazioni - quando saranno - come concreta alternativa di governo. Il fallimento del progetto renziano non può che passare attraverso di loro. Lo dicono i numeri.

sabato 8 agosto 2015

Dalla base dem a Moretti e De Gregori: un unico lacerante silenzio

A proposito della riforma del Senato, che corre il serio rischio di naufragare sotto il peso di oltre cinquecentomila emendamenti, la ex promessa (poi promossa, e di conseguenza grata) Serracchiani annuncia, riferendosi chiaramente a Forza Italia e al mai stracciato patto del Nazareno: "Dobbiamo parlare con tutti, ma proprio con tutti". Della serie: non ci fa schifo niente. E fino a qui nulla di sorprendente per una classe dirigente che giorno dopo giorno non perde occasione per palesare una preparazione, una corenza e una rettitudine una tacca inferiori a quelle dei bei tempi andati del craxismo. Mi sorprende invece il caparbio mutismo della base democratica. D'altra parte elettori ed elettrici dem possono rivendicare la compagnia dei Morettinanni e dei Benigni fu Roberto, da tempo disinnescati; dei Jovanotti sempre pronti a cantare la coerenza e il coraggio degli altri, degli Ivano Fossati che nel '96 sulle colonne dell'ancora leggibile Unità raccontavano "la scuola che vorrei" e ora tacciono di fronte al macello perpetrato ai danni dell'istruzione pubblica (forse perché non hanno un Macramè da pubblicizzare). Per non parlare dei Capossela che dopo il "votate con prudenza" del 2006 hanno deciso di trovare pavesiano rifugio nel "Paese dei Coppoloni" e dei De Gregori che rivendicano il loro senile disimpegno: sono loro (e tanti altri) per primi, spettatori silenti di questo scempio, i principali responsabili di questa ricaduta nel baratro dell'Italia peggiore, inguardabile, inesorabilmente votata al peggio. Gente comune e artisti di chiaro talento, uniti in un unico cupo, lacerante silenzio.

mercoledì 5 agosto 2015

Leccasmo D'Angelis e l'Italia che non c'è

Fino a pochi giorni prima del ritorno nelle edicole de l'Unità si faceva il nome di Vladimiro Frulletti - da sempre giornalista del quotidiano - quale direttore dello storico giornale fondato da Antonio Gramsci. La scelta, è ormai noto, è invece caduta su Erasmo D'Angelis, illustre sconosciuto del giornalismo italiano ma renziano di stretta osservanza: evidentemente negli ambienti vicini al premier ci si deve essere resi conto che per il nuovo corso filogovernativo del giornale un Frulletti non bastava, serviva un Frulloni. Oltretutto D'Angelis era a capo della struttura di missione di Palazzo Chigi contro il dissesto idrogeologico, dunque deve essere parso coerente piazzare un esperto di frane a capo di un giornale (ri)nato moribondo. In un'intervista all'Agi del 29 giugno, un giorno prima del ritorno dell'Unità, D'Angelis spiegava quale sarebbe stato il taglio della sua creatura: "Innanzitutto cambia il formato, sara' simile a quello del Corriere dello Sport. [...] Sara' bello anche da guardare, a colori e con belle fotografie". Roba forte, peccato non abbia mutuato anche la "pista cifrata" e il "che cosa apparirà?" dalla Settimana Enigmistica. "L'Unità", garantiva sempre il De Angelis nell'intervista, "sarà un giornale positivo, che racconta l'Italia che ce la fa, quella che si rimbocca le maniche". E soprattutto le rimbocca a Renzi.
Fedele alla sua piattaforma, ma più che altro a quella del premier, nel primo mese di direzione Erasmo ha stupito tutti ridefinendo il concetto del ruolo di portatore d'acqua. Al suo cospetto Cerasa e Riotta sembrano superati dilettanti. Lo scorso 2 agosto D'Angelis ha dato prova esemplare di come l'informazione può attaccarsi alle terga dei potenti non necessariamente per morderle pubblicando un reportage, a sua firma, dal titolo "In viaggio con Maria Elena Boschi" (lo potete leggere qui). L'articolo parte da una citazione di Kafka per poi addentrarsi in una misurato racconto delle feste dell'Unità che dalle alpi al meridione allietano questa afosa estate italiana: "E la strada verso il futuro dell’Italia si intreccia con i sentieri che portano verso le migliaia di Feste dell’Unità, appuntamenti estivi dei democratici, che accendono, da luglio a settembre, le nightlife della politica locale da nord a sud della pensiola, l’allenamento di massa in attesa della Festa nazionale di Milano (25 agosto al 6 settembre). [...] Una bella stranezza così non la trovi in nessun altro Paese. Una bella storia italiana, insomma, che invia l’immagine plastica della vitalità e del radicamento di un partito nazionale, strutturato e “pesante”, che sta governando migliaia di Comuni e 17 Regioni, e visto dagli stand delle migliaia di volontari è davvero a distanza siderale e lontano mille miglia dalle rappresentazioni altrettanto tipiche che si fanno del Pd". E in quegli stand, in quella nightlife al cui confronto Las Vegas pare la sagra della lenticchia di Onano, se si è baciati dalla fortuna, può capitare di incontrare lei, Madonna Boschi: "Prese il via alla Russell Crowe: «Al mio segnale scatenate la sessantottesima festa de l’Unità di Castelfiorentino», ordinò Dario Parrini, segretario dei democratici toscani, e sotto un cielo superstellato iniziò la kermesse democratica che quest’anno, complice anche l’assenza di piogge, ha battuto ogni record, decine di migliaia di visitatori, e il finale col botto, fuochi di artificio e l’arrivo del ministro per le riforme costituzionali e il rapporto con il Parlamento che qui semplicemente è “la Maria Elena”, visto che gioca in casa ed è come una di famiglia". Temendo un eccesso di lirismo, D'Angelis ha omesso di puntualizzare che l'assenza di piogge è merito "della Maria Elena" e del governo tutto, mentre la conseguente siccità sarà da addebitare al malanimo di gufi e oppositori. L'articolo, che tra professioni di ottimismo e saliva a profusione si conclude nella "magica Roma che ha accolto il ministro con un «Daje non mollate»", è stato oggetto di un fondo di Marco Travaglio, pubblicato sul Fatto Quotidiano di ieri, significativamente intitolato "Orgasmo da Boscherdam". Il D'Angelis non l'ha presa bene e oggi, vieppiù risentito, ha risposto al direttore del Fatto: "Marco Travaglio deve aver passato giorni difficili, magari un paio di notti insonni, e deve aver digerito proprio male il nostro nuovo giornale". E se lo ha digerito male Travaglio, Erasmo provi ad immaginare cosa ne sta dicendo il povero Gramsci da lassù. "Gli sono andate anche di traverso le due pagine sulle Feste de l’Unità con il ministro Maria Elena Boschi" - continua Leccasmo - "e così ha dedicato il suo editoriale di ieri sul Fatto Quotidiano alla vivisezione del resoconto. [...] Il risultato della vivisezione mi fa venire in mente una storia tenerissima. Ricordate Good Bye, Lenin! nel senso del film di qualche anno fa sulla Berlino Est, durante e post guerra fredda?". Il film lo ricordano certamente in molti. Ma il nesso con il fondo di Travaglio? Con calma, forse ci siamo: "Bene, il sequel si adatterebbe a Travaglio. Lo immaginiamo rilassato nella sua stanza di direttore, nella patologia della coazione a ripetere la più totale sfiducia in tutte le cose positive e sorprendenti che nel frattempo sono accadute e stanno accadendo in questo Paese, confondendo i suoi desideri con la realtà. Purtroppo per lui, accadono nonostante le sue tirate, i suoi diktat e le sue sentenze di carta. [...] l’Italia si è risvegliata, da poco ma si è risvegliata; le riforme finalmente si fanno, nonostante i suoi editoriali lacrime e sangue; la nuova Unità è ricomparsa sulla scena; il mondo è molto cambiato; il Pd governa tre quarti buoni d’Italia e gli elettori non seguono i suoi annunci funebri; il Paese si sblocca anche se dalla sua palla di vetro vede solo la rincorsa al peggio; le Feste de l’Unità sono gettonatissime, ma per l’aristocratico collega è roba da teatranti da quart’ordine e guai a scrivere di migliaia (sì caro, migliaia) di volontari". Niente, il nesso resta imperscrutabile, così come il senso di questa non risposta a Travaglio che somiglia più a uno dei tanti comunicati stampa di Palazzo Chigi. In compenso rileviamo che il povero Leccasmo, dopo un solo mese di infaticabile umettamento delle terga renziane, è preda di un preoccupante stato allucinatorio, probabilmente dovuto alla prolungata apnea, che lo porta ad immaginare una realtà fittizia: vittima della patologia della coazione a ripetere (cit.), continua a descrivere un'Italia che esiste solo nel suo delirio e nei sogni di Renzi mentre i cittadini, che sono fin troppo svegli, vivono nel paese reale: quello dove i giovani disoccupati restano tali, i poveri sono sempre più tartassati, interi blocchi sociali - a partire dagli insegnanti - vedono il premier come fumo negli occhi e la casta, alla faccia della rottamazione, perpetua se stessa salvando i suoi parlamentari dagli arresti, lottizzando e spartendo di tutto e di più, provando i tutti i modi (a partire dalle intercettazioni) a ridurre al silenzio le poche voci critiche. Quello stesso Paese che il giornale che Travaglio dirige ci racconta ogni giorno, mentre D'Angelis si impegna con zelo a sputtanare definitivamente quel che resta di una testata che avrebbe meritato un destino e un direttore migliori.












venerdì 31 luglio 2015

La chierichetta giaguara e lo yorkshire

Questa mattina in edicola il miei occhi si sono casualmente posati su Sette. Ma forse non si è trattato di un caso, bensì di un irresistibile richiamo di passione. E' difficile trovare parole che possano adeguatamente descrivere quel preciso istante in cui il mio sguardo ha incrociato quello di Maria Elena Bernadette Sempresialodata Boschi che campeggiava sulla copertina del magazine del Corriere: il "rapimento mistico e sensuale" cantato da Battiato in "E ti vengo a cercare" può restituire solo in parte l'idea del viscerale incanto a cui i miei sensi tutti si sono abbandonati in quegli irripetibili momenti. Riacquistato un minimo barlume di lucidità mi sono ritrovato ormai distante dall'edicola stringendo sottobraccio, oltre alla solita copia del Fatto Quotidiano, il Corriere con relativo inserto.
Giunto a casa ho immediatamente aperto Sette a pagina 26 per leggere l'intervista al mai abbastanza celebrato ministro per le riforme del mai abbastanza celebrato governo Renzi. Un fulgido esempio di giornalismo d'attacco (ad opera del direttore Pier Luigi Vercesi), ficcante e mai prono, come si evince già dalle prime battute: "Maria Elena la chierichetta: prende il treno regionale e torna a Laterina in provincia di Arezzo, poche anime in un paesaggio leonardesco". Ma solo perché ci è cresciuta la Boschi, altrimenti sarebbe una bidonville. "Maria Elena la giaguara: entra nell'immaginario collettivo degli italiani in punta di tacchi, maculati, alla Leopolda". Dove la punta di quel tacco sia finita, come in una seduta nazionale di fem-dom, gli italiani se ne sono accorti senza bisogno di sforzare l'immaginazione. "Maria Elena Boschi la secchiona. Però bella come il sole". Come a dire che le ragazze che si applicano nello studio generalmente sono degli inguardabili paracarri. Tranne Bernadette, sia chiaro. E' in virtù di queste imprescindibili doti politiche che "il premier Renzi le affida il compito più arduo: spezzare le reni, con grazia s'intende, ai conservatori di tutt'Italia, da sempre uniti. Deve riformare la Costituzione, a costo di indignare i tutori della Magna Carta italiana". Il compito è effettivamente improbo: stracciare la Carta e nel contempo zittire i soliti professoroni soloni che cercano di difenderla. Spezzeremo le reni a Rodotà. O gli pianteremo il tacco maculato in testa. Eia Eia Alalà.
Esaurito il preambolo, fulgido esempio del ruolo del giornalista quale cane da riporto (pardon, da guardia) del potere, il Vercesi parte con la prima coraggiosissima domanda, roba da far impallidire il celebre confronto Nixon-Frost: "Prendiamola alla larga". Ma sì, perché entrare nel merito? Si rischia di essere scambiati per giornalisti veri. "E' entrata in questo ministero poco meno di un anno e mezzo fa. Pensa ancora di potercela fare?". Risposta di Sempresialodata: "Sono certa che ce la faremo. Abbiamo già portato a casa risultati insperati. E siamo ancora alla fine del primo tempo". Ora comincia lo spezzone di partita in cui la Boschi offre le migliori prestazioni: l'intervallo. Vercesi, sempre più determinato: "Mi racconta la faticaccia di negoziare, ogni giorno, le maggioranze?". In effetti negoziare con Alfano, più che una faticaccia, in un paese normale sarebbe esercizio inutile. Replica della Boschi: "Quanto mi diverte sentir ricostruire dai giornali e dai colleghi in parlamento le trattative". Beata lei che si diverte. Poi la rivelazione: "Leggo i giornali la sera". Quindi le dichiarazioni rilasciate in giornata, apparentemente incoerenti, si riferiscono a quanto letto sui giornali del giorno prima. Ora si spiegano molte cose. E comunque "il 60-70% dei retroscena se va bene durano un'ora. Sono appassionanti? Bah". Ma anche beh, bih, buh, e soprattutto boh. Vercesi, più che mai tagliente: "Non mi dica che non scende a compromessi". E qui la Boschi si fa seria, quasi crepuscolare: "A volte riflettere un attimo in più migliora le scelte. Altre volte è faticoso". E noi tutti, che sappiamo quanto per la Boschi elaborare una riflessione rappresenti uno sforzo immane, ci ammantiamo della sua stessa malinconia. Una prece. L'intervista, che vede il Vercesi sempre più immedesimato nel ruolo di yorkshire del potere, procede poi con altre domande su tasse, unioni civili e rottamazione per giungere, verso il finale, al colpo da maestro: il direttore, ormai un tutt'uno con Torquemada, di punto in bianco pone a Bernadette la più insidiosa delle domande, roba forte: "Cosa leggerà quest'estate". E chi pensa ad un crollo della Boschi di fronte a questo infido quesito resterà deluso. Maria Elena non si lascia cogliere impreparata e con cipiglio inatteso risponde pronta: "Non ho ancora comprato i libri dell'estate". Sta aspettando che Verdini le spieghi che cos'è una libreria.






mercoledì 8 luglio 2015

Renzi e il tiki-taka: il wunderteam governativo è pronto

Matteo Renzi ha tenuto una lezione di telegenia per i suoi parlamentari. Come se Biagio Antonacci pretendesse di spiegare l'intonazione a Jovanotti. In un paese appena prossimo ad un livello minimo di normalità ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate: purtroppo siamo in Italia e sempre più spesso il tasso individuale di cialtroneria dei nostri politici è direttamente proporzionale all'impatto mediatico, per cui continuiamo a sognare Thom Yorke dei Radiohead e ci sorbiamo Kekko dei Modà a media unificati.
Durante l'imprescindibile dissertazione, Sire Matteo ha malamente redarguito i suoi servitori osservando che la comunicazione dem non risulta più incisiva come durante i gloriosi giorni delle elezioni europee. Forse perché si sono esauriti gli oboli elettorali da distribuire al popolo. L'adiposo ducetto di Rignano pretende ora dai suoi un doveroso scatto di orgoglio e per motivarli ha ben pensato di non rispolverare una delle stantie metafore populiste a cui la politica italiana ci ha abituati; egli si è rivolto ai suoi sfoderando un'aulica e temeraria
allegoria mai sfruttata prima d'ora, il calcio: "Il catenaccio non funziona. Dobbiamo cambiare schema, partire all’attacco e tenere il possesso di palla". E la mente si infervora immaginando l'inarrestabile discesa sulla fascia di Emanuele Fiano (quello che assomiglia alla Moretti quando trova l'estetista chiuso), l'intricata ragnatela di passaggi a metà campo tra Picierno, Khalid Chaouki e Simona Bonafè. E poi l'improvvisa smarcatura di Bernadette Boschi (sempre sia lodata) che va a rete - su precisissimo traversone di Alessia Rotta - con gagliarda e leggiadra sforbiciata alla Pelè in "Fuga per la vittoria".
Alla ripresa della stagione televisiva l'invincibile squadrone avrà metabolizzato le direttive di mister Renzi: per gufi e professoroni si preannuncia un campionato da bassa classifica. Il wunderteam governativo è pronto alla battaglia, si preannunciano tempi duri per la Longobarda di Oronzo Canà.

giovedì 25 giugno 2015

La "buona scuola" di Renzi e dei suoi (consoni) compagni di viaggio

Il ddl Scuola ha incassato la fiducia del Senato. E' doveroso complimentarsi con gli ultras Pd - ai quali vincere interessa assai più che vedere un governo decente all'opera -  per lo straordinario successo ottenuto dalla maggioranza governativa che fa capo al partito che sostengono: un risultato che l'alleato Schifani non ha esitato a descrivere come "una svolta per il nostro sistema educativo nel senso di una maggiore qualità, competitività e competenza" dopo che nel pomeriggio aveva giustamente definito quella della "buona scuola" (sic) una "grande riforma di centrodestra". Ecco, in queste ore di democratico giubilo esprimo ai renziani tutti le mie più sentite felicitazioni per avere infine trovato nell'ex presidente del Senato, in Carlo Giovanardi e in Angelino Alfano gli alleati più consoni al progetto di sfaldamento del sistema scolastico voluto e imposto dal loro amatissimo premier. Vale la pena infine ricordare le parole pronunciate dall'illustrissimo ministro dell'istruzione Stefania Giannini immediatamente dopo il voto di fiducia: "Capisco che si possa masticare amaro vedendo il governo che, non solo mantiene i propri impegni, ma rispetta i tempi, che sono tempi straordinari per un’operazione gigantesca di queste proporzioni. Sfido ognuno a citare un’amministrazione pubblica che abbia compiuto un’operazione di questo genere". Alla Giannini piace vincere facile: nessuno prima d'ora, bisogna ammetterlo, era mai arrivato a tanto, nemmeno la Gelmini. C'è di che vantarsi. Quanto alla tempistica, l'augurio è che Renzi e i suoi cortigiani possano accelerare ulteriormente e dilaniare quanto resta del nostro tessuto democratico il più speditamente possibile. Giusto per abbreviare l'agonia.

mercoledì 17 giugno 2015

Italiani 1, Italiani 2 e Renzi 3

Non ci sono due Renzi, non esistono ritorni alle origini. Il premier di oggi è esattamente lo stesso di ieri: bullo, piacione, cialtrone. Un pressapochista circondato da una corte dei miracoli tanto arrivista quanto impreparata. Esistono invece gli Italiani 1 e gli Italiani 2. I primi sono coloro che - spinti da diverse motivazioni - nei primi mesi del 2014 hanno accordato la loro fiducia al Grande Impostore. Perché era giovane, perché aveva le idee chiare sulle reali emergenze del paese, perché non le mandava a dire, perché avrebbe dato voce all'Italia in Europa, perché le mani nelle tasche degli italiani le avrebbe messe esclusivamente per infilarci 80 euro, perché grazie a lui il Partito Democratico avrebbe finalmente vinto, perché era l'uomo giusto per risollevare l'Italia da quella catatonia a cui il pessimismo di gufi e professoroni l'avevano condannata. Perché quei pericolosi eversori del M5S costituivano una minaccia per la tenuta democratica del paese, perché finalmente qualcuno era deciso a dare battaglia ai potentati sociali ed economici. Perché era l'ultima speranza per la nazione.
In poco più di un anno quei cittadini si sono trasformati negli Italiani 2: sedici mesi di Governo Renzi sono stati sufficienti per comprendere che la gioventù non è di per sé un valore, che sapere riconoscere i problemi di un paese non significa essere in grado di risolverli, che l'Europa - ammesso che voglia ascoltare - è disposta a farlo solo se esiste un minimo di progettualità, che una mancia elettorale non basta per far riprendere i consumi, che senza visione di lungo periodo l'Italia non è in grado di rimettersi in moto, che forse i gufi non sono iettatori ma gente che ci vede benissimo e che non si lascia persuadere dal primo imbonitore che passa per Palazzo Chigi. Difficilmente gli Italiani 2 torneranno ad essere Italiani 1: è impresa titanica riconquistare un cittadino deluso, è bene che Renzi - tra un lampredotto e un bagno di saliva nel salotto di Vespa - se ne faccia una ragione. E comprenda che allo stato attuale la maggioranza degli italiani vorrebbe vedere un Renzi 3: quello che se ne torna a Firenze.

venerdì 29 maggio 2015

Perché domenica voterei M5S

In quanto cittadino modenese non avrò modo di partecipare alle elezioni amministrative e regionali che si terranno questa domenica. Ma se fossi un abitante di una delle sette regioni chiamate al voto, non avrei alcun dubbio: esprimerei la mia preferenza per il Movimento 5 Stelle. Senza se e senza ma. Per motivare questa scelta basterebbe citare De Luca, gli impresentabili, i voltagabbana, Burlando, la Paita, il dissesto idrogeologico, lo scandalo Mose, l'evidente e sconfortante impalpabilità di certi candidati (Alessandra Moretti, tanto per non fare nomi). Ma c'è dell'altro: sul Fatto Quotidiano di oggi Marco Travaglio scrive che “ci sono diversi presentabili in varie liste che meritano di essere votati o almeno presi in considerazione”, anche nel Partito Democratico. E' vero, come scrive il direttore, che gli elettori “affezionati al centrosinistra tradizionale (Pd, Sel o altri) non hanno nulla da temere da candidati come Casson ed Emiliano”: si tratta di degnissime persone, il loro passato lo testimonia. Svolgerebbero il loro compito con correttezza e onestà, ciò è indiscutibile. Allo stesso tempo sarebbero però granelli di polvere all'interno di un sistema che trova nel malaffare e nella corruttela il lubrificante più efficace per il suo funzionamento. E questi granelli, contrariamente a quanto si pensa, ben raramente bloccano gli ingranaggi del sistema: più spesso vengono stritolati o espulsi. Oppure inglobati. Per questo la scelta di quei candidati di centrosinistra (e ce ne sono diversi) “presentabili” non rappresenta un punto di svolta ma un meno peggio. Se davvero si vuole voltare pagina, se sul serio si vuole bloccare il funzionamento di quel perverso macchinario che continua a funzionare non per i cittadini ma per i suoi costruttori, buttare polvere negli ingranaggi non porterà a nulla. Serve qualcuno che abbia il coraggio di abbassare la leva in posizione di stop, intervenire sulla macchina, sostituire tutti quei pezzi che da troppo tempo girano a vuoto e infine cambiare lubrificante. In questo particolare momento politico-sociale un intervento di tale portata non può essere affidato ai padroni del vapore (Pd, FI e il finto nuovo rappresentato dalla Lega): serve una forza nuova, con progetti ed obiettivi diversi. In questo particolare momento politico-sociale del nostro Paese l'unica forza in che risponde a queste caratteristiche (al netto dei non pochi errori post elezioni europee, ampiamente compensati dall'incisiva opposizione e dalle molte proposte di questi ultimi mesi) è il M5S, con buona pace dei Francesco Merlo di turno. Anzi, se questo ai Merlo non piace – o, peggio, fa paura – significa che la scelta è quella giusta.

mercoledì 27 maggio 2015

Pippo Civati è pronto. Possibile?

Dunque pare ufficiale: subito dopo le elezioni regionali Pippo Civati presenterà Possibile, un "soggetto politico nuovo e fortemente innovativo". Per ora, a parte il nome, del progetto è noto solamente il simbolo: due linee parallele che potrebbero rappresentare il segno dell'uguale, un passaggio pedonale, un oscuro emoticon. Oppure idee e azione che viaggiano le une accanto alle altre senza mai convergere. E' Possibile. Lo sfondo è rosa, forse per richiamare una mescolanza tra i movimenti italiani più battaglieri degli ultimi anni, il Popolo Viola e gli Arancione. O forse per non stancare gli occhi. E' Possibile.
La creatura civatiana sarà "orizzontale come una rete e dinamica come un movimento". Ma potrebbe anche essere orizzontale come una salma e dinamica come un cipresso. E' Possibile. "Il nostro", ha dichiarato ancora Civati, "non è uno strappo". Per carità: va bene fare la rivoluzione, ma senza disturbare. Con tatto. E' Possibile. "Si tratta di una sfida rivolta a noi stessi e ad altri compagni di strada". E chissà, magari in futuro potrebbero addirittura sfidare gli avversari politici. E' possibile.
Civati ci perdoni l'ironia ma dopo mesi trascorsi ad assistere ai suoi tentennamenti, ai suoi "resto, ma potrei anche andarmene (è Possibile)", troviamo legittimo porci qualche interrogativo sul suo progetto. Pippo ha dichiarato che nei prossimi giorni, con calma (non ne dubitiamo), spiegherà nei dettagli la sua proposta. Confidiamo nel fatto che questa volta Civati resti fermo nelle sue intenzioni e non abbia ripensamenti, ad esempio sul nome del soggetto politico nuovo e fortemente innovativo. Qualora dovesse accadere, ci prendiamo la libertà di proporgli alcune alternative: Passabile, Probabile, Plausibile, Propagabile, Preferibile, Potabile, Percorribile, Presentabile, Pronunciabile, Perfettibile, Percepibile, Presumibile. Battute a parte, ci auguriamo seriamente che questa volta Pippo sia in grado di sorprenderci: è Possibile?

sabato 23 maggio 2015

Renzi e il condannato: House of Cards o Mario Puzo?

E così Renzi è calato ancora una volta su Salerno per perorare la causa di Vincenzo De Luca, candidato governatore dem alle regionali campane che si svolgeranno domenica prossima. De Luca è condannato in primo grado per abuso d'ufficio ed è imputato in due procedimenti con un elenco di accuse che susciterebbe l'ammirazione - e forse perfino un pizzico di invidia - del galantuomo Denis Verdini, altro grande amico del premier: corruzione, truffa aggravata, falso, associazione a delinquere, concussione, abuso d'ufficio, falso ideologico e lottizzazione abusiva. Le vicende giudiziarie di De Luca sono ormai note a tutti gli italiani, anche ai sassi. E tutti (anche i sassi) si interrogano sull'opportunità di candidare un uomo a cui non si sarebbe dovuto permettere di partecipare nemmeno alle primarie del partito. Tutti tranne Renzi, che continua a difendere a supercazzola tratta il candidato-condannato-imputato. La nuova strategia è quella del così fan tutti: "Leggere a dieci giorni dal voto dirigenti nazionali del Pd attaccare De Luca sulle Tv nazionali non mi fa arrabbiare, mi fa sorridere. Magari sono gli stessi dirigenti nazionali che vennero in processione qui per chiedere a De Luca di sostenere Bersani alle primarie 2012: allora non erano impresentabili quei voti. Magari sono gli stessi dirigenti nazionali nelle cui mani De Luca ha giurato come vice ministro nel 2013". Renzi ha ragione: sia Bersani che Letta non hanno avuto scrupolo alcuno nel servirsi di quel bacino di voti (tantissimi) garantiti dal ras campano. Eppure ci era parso di capire che nel
2013 Renzi avesse vinto le primarie promettendo, tra le altre cose, di porre fine a certe discutibili usanze politiche: ecco, non ci pare che l'ennesimo scambio di effusioni tra il premier e il candidato-condannato-imputato (e taciamo, per carità di patria, sui tanti impresentabili legati alla malavita nelle liste collegate a De Luca e sui noti accordi indecenti stipulati in alcune realtà siciliane) rappresenti quella svolta verso una politica trasparente che i cittadini da tempo reclamano. Di questo passo la narrazione della politica renziana, più che a House of Cards, finirà per somigliare a certi romanzi di Mario Puzo e Nicholas Pileggi.

venerdì 15 maggio 2015

Carlo Aveta: l'uomo che, tra un insulto e l'altro, passò da Storace a De Luca.

Negli ultimi giorni si è discusso diffusamente della presenza di numerosi candidati "impresentabili" all'interno di quasi tutte le liste (quella del M5S fa eccezione) che concorreranno alle elezioni per il rinnovo del consiglio regionale campano. Primatista di questa poco edificante classifica risulta essere il Partito Democratico con le liste collegate al suo candidato (e condannato in primo grado) Vincenzo De Luca: la palma di lista diversamente trasparente spetta infatti a "Campania in rete per De Luca" che con ben undici impresentabili straccia la concorrenza lasciando al palo Forza Italia e "Ncd per Caldoro", ferme alla pur ragguardevole cifra di sei candidati sconvenienti ciascuna. Ora Renzi ammette: " Alcune liste che sostengono De Luca hanno candidati che non voterei nemmeno costretto". De Luca invece si giustifica per il mancato controllo sui componenti delle liste: "Ci sono state candidature non opportune dal punto di vista politico, non ho potuto verificare tutto, ero occupato più dall’aspetto politico che da quello organizzativo delle liste". Eppure per controllare i candidati non era richiesto l'impegno in prima persona del candidato governatore dem, e nemmeno l'intervento di un team di investigatori privati. Sarebbe bastato incaricare qualcuno mediamente pratico nell'uso di Facebook di controllare le pagine di ogni candidato. Si sarebbe facilmente acclarato che alcuni personaggi, non necessariamente toccati da questioni legali, poco avevano in comune con quella che dovrebbe essere la missione del Pd, almeno per come era stato concepito alla sua nascita. Facciamo l'esempio di Carlo Aveta, consigliere regionale eletto nel 2010 con La Destra di Storace poi passato al gruppo misto. Va detto per correttezza che è uscito pulito dalle inchieste sui rimborsi in consiglio regionale e che ha rinunciato al suo vitalizio. Eppure sarebbe bastato scorrere l'elenco dei suoi "mi piace" per trovarci, tra gli altri, Nicola Cosentino, Francesco Storace, Raffaele Fitto, Marine Le Pen e la rivista "La Destra Italiana". Ancora più produttivo sarebbe stato controllare le foto del suo diario (e alcuni relativi commenti). Ad esempio questa:



In seguito alle polemiche nate da questo suo post, Aveta replicò: "Non ho mai detto che i gay mi fanno schifo, la mia religione mi impedisce di disprezzare altri esseri umani. Sfido chiunque a trovare una mia dichiarazione. È una montatura giornalistica indegna quella che sto subendo. (...) È l'esibizione violenta o se preferite l'esibizionismo smodato di se stessi che io stigmatizzo. Non ho nulla contro il mondo omosessuale. Il cliché dell'uomo di destra omofobo con me non funziona". Un'autodifesa netta, appassionata. Verrebbe quasi voglia di credere alla sua parola se qualche mese prima, sempre sulla sua bacheca, non si fosse lasciato andare a questo botta e risposta (altrettanto netto) con un suo contatto:


Controllando ulteriormente il profilo di Aveta si sarebbero potute apprezzare appieno la monumentale statura intellettuale nonché il suo profondo rispetto non solo per il mondo lgbt ma anche per quello femminile:




Come ulteriore testimonianza dell'acume del personaggio riteniamo necessario sottolineare il profondo rispetto per gli avversari, sempre improntato su una sana e leale discussione squisitamente politica:






Controllare i profili dei candidati non avrebbe richiesto un particolare ricorso di tempo ed energie. La vera domanda è un'altra: se De Luca (ammesso che non lo conoscesse) fosse stato informato su Aveta e sugli altri impresentabili prima di chiudere le liste, avrebbe seriamente rinunciato a candidarli? La domanda è legittima visto che lui, impresentabile tra gli impresentabili, non si è certo posto il problema di rinunciare alla corsa per la poltrona di governatore.


martedì 12 maggio 2015

The Great Pretender: Matteo Renzi, il Grande Impostore - Libro e eBook

The Great Pretender è il libro su Matteo Renzi che ho pubblicato in questi giorni in versione eBook e cartacea on demand. Chi conosce i post pubblicati su questo blog e chi mi segue su Twitter e Facebook, potrà facilmente intuire che non si tratta del consueto racconto agiografico quotidianamente divulgato da buona parte dell'informazione italiana. Qui sotto, oltre ai link per l'acquisto, troverete una breve anteprima video del libro. Grazie di cuore a chi lo ha già letto e a chi lo leggerà.

"Con i suoi libri, le interviste e le kermesse alla Leopolda – tutti elementi analizzati all'interno del libro - Matteo Renzi si è speso per divulgare un manifesto programmatico che, alla luce della sua azione di governo, si sta rivelando per ciò che è: un elenco di buoni propositi mai realizzati. Messo alla prova dei fatti, il premier ha quasi sempre agito con filosofie opposte rispetto a quelle promesse che lo avevano imposto all'attenzione del Paese come "rottamatore" del malcostume politico. I primi ad essere stati ingannati sono proprio gli elettori del partito di cui è segretario. Eppure molti di loro preferiscono non vedere (perché l'importante è vincere, a costo di perdere identità e coerenza), mentre altri - una minoranza che gli occhi li tiene ben aperti - non si riconoscono più nel Pd. Poi ci sono coloro che non vedono per molteplici motivi: disinformazione, fatalismo, fiducia nell'uomo forte di turno. Mentre scrivevo The Great Pretender - dove attraverso l'analisi delle parole di Renzi si spiega come il premier abbia speso gli ultimi dieci anni per preparare la sua scalata al potere - il mio pensiero era rivolto soprattutto verso quest'ultima categoria di persone: è a loro che vorrei che fosse fatto leggere quanto ho scritto, perché mi piace pensare che ci sono ancora persone disposte, se informate, a rivedere le proprie convinzioni. Uomini e donne in grado, se lo vogliono, di riaprire gli occhi. Come scriveva José Saramago: c'è differenza tra chiudere gli occhi ed essere ciechi". 


Questi i link per acquistare The Great Pretender:


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Cartaceo on demand. Disponibilità immediata su amazon.it: acquista su Amazon a € 4,68


La recensione di Andrea Scanzi per Il Fatto Quotidiano



Articolo sul quotidiano La Gazzetta di Modena




L'anteprima video di The Great Pretender:




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The Great Pretender su Twitter: https://twitter.com/renzipretender


mercoledì 29 aprile 2015

Stefano Bonaccini e quei 5000 euro dell'imprenditore gentiluomo

Stefano Bonaccini (Foto: huffingtonpost.it)
Si apprende da un articolo pubblicato ieri sul sito de Il Fatto Quotidiano a firma Paola Benedetta Manca (che ha avuto modo di consultare l'elenco dei finanziatori dei candidati alle ultime elezioni regionali emiliane), che Stefano Bonaccini, attuale presidente della regione Emilia Romagna, affermava il vero quando sosteneva di non avere ricevuto alcun finanziamento elettorale dalla Cpl Concordia, la cooperativa modenese attualmente al centro delle indagini nell'ambito del caso Ischia. Scorrendo la lista delle aziende che hanno sovvenzionato il governatore, si scopre che tra i suoi principali finanziatori figurano aziende legate alla sanità privata, ceramiche del comprensorio sassolese, società controllate dal gruppo Maccaferri e l'impresa Pizzarotti di Parma (nessun legame con il sindaco pentastellato), attiva nel campo delle grandi opere. La Pizzarotti - che a Bonaccini ha elargito un contributo di 5000 euro - è ben nota in terra emiliana e soprattutto modenese: si tratta infatti di una delle aziende facenti parte della società di progetto AutoCS che nel dicembre scorso ha sottoscritto una convenzione di concessione (della validità di 31 anni) con il Ministero delle Infrastrutture per la realizzazione della costosissima e inutile bretella autostradale Campogalliano - Sassuolo, opera al centro di accese polemiche a livello non solo locale. L'impresa parmense è altresì nota per le vicende giudiziarie che hanno visto coinvolto il suo presidente Paolo Pizzarotti, rinviato a giudizio nel giugno del 2013 (assieme ad Aldo Buttini, amministratore delegato dell'azienda) per abuso d'ufficio nell'ambito di una vicenda legata al restauro dell'Ospedale Vecchio di Parma. Il Pizzarotti (autoproclamatosi "imprenditore e gentiluomo", come è
Paolo Pizzarotti (Foto: paolopizzarotti.it)
possibile leggere sul suo sito) conosce bene tribunali e procure da più di un ventennio: ai tempi di Tangentopoli viene prima indagato da Antonio Di Pietro per corruzione per i lavori di costruzione del terminal aeroportuale Malpensa 2000 e successivamente arrestato per finanziamenti illeciti ai partiti per l' appalto dell' autostrada Parma-La Spezia e per i lavori alla centrale di Montalto dell' Enel. Va detto che l'imprenditore gentiluomo esce pulito da tutte queste inchieste, ma non prima di avere fornito alcune illuminanti spiegazioni al pool Mani Pulite (come si può leggere a pag. 123 di "Mani Pulite - La vera storia", di Travaglio, Gomez e Barbacetto): "Nel raggruppamento (il consorzio d'imprese che aveva vinto l'appalto per Malpensa 2000, ndr) erano presenti tre imprese, ciascuna delle quali si impegnava a ringraziare il sistema dei partiti nei modi che riteneva più opportuni, e cioè: Pizzarotti provvedeva alla Dc; Bonifati al Psi; Donigaglia al Pci. Personalmente ho provveduto a versare il denaro alla Dc nelle mani del senatore Severino Citaristi per un importo complessivo di circa 1 miliardo, 1 miliardo e 300 milioni".


Non è dato sapere se il governatore emiliano, quando ha ricevuto il finanziamento elettorale da parte di Pizzarotti, fosse a conoscenza del suo passato giudiziario e della sua abitudine di "ringraziare" il mondo della politica. E' però certo che alla luce di queste vicende la donazione dell'impresa parmense, pur non essendo in alcun modo configurabile come gesto di ringraziamento verso Bonaccini, potrebbe in futuro trasformarsi in motivo di imbarazzo per lui e per la sua giunta. Un imbarazzo che Bonaccini si può tranquillamente risparmiare restituendo al più presto i 5000 euro ricevuti dall'imprenditore gentiluomo.

venerdì 24 aprile 2015

Di profughi, ruote panoramiche e puntini

Ci sono alcuni film che meritano di essere guardati e riguardati. Uno di questi è Il Terzo Uomo (1949) di Carol Reed. Nella pellicola Orson Welles - che nel calarsi nel ruolo di individui spregevoli era maestro, come dimostrano anche Lo Straniero (1946) e L'Infernale Quinlan (1958) - interpreta uno dei personaggi più nauseanti della storia del cinema: Harry Lime, un cinico trafficante di penicillina adulterata. In una celebre scena del film, Lime e l'ex amico Holly Martins (interpretato dal grandissimo Joseph Cotten) si trovano all'interno di una delle cabine della Riesenrad, una delle più alte ruote panoramiche del mondo che ancora oggi è possibile ammirare all'interno del Prater di Vienna. Giunti al vertice della struttura, Lime apre la porta della cabina e invita Martins a guardare in basso per osservare il brulicante viavai di persone che, viste da 65 metri di altezza, non sembrano altro che puntini insignificanti. Puntini. E' proprio questo il termine che Lime usa per descrivere l'umanità che stanno scrutando quando Martins gli chiede come possa non provare rimorsi per le vittime causate dai suoi sporchi traffici: "Vittime? Non fare il tragico. Guarda laggiù: sentiresti pietà se uno di quei puntini si fermasse per sempre?".

Mi è tornata alla mente questa scena ripensando alla tragedia di domenica scorsa, ai troppi uomini, donne e bambini che giacciono nelle oscurità del fondo del canale di Sicilia. Ho ripensato alle tante parole spese dalla politica in questi giorni, alle reciproche accuse di buonismo e razzismo, alle facili ricette di pensatrici e pensatori da resort che confondono le politiche di soccorso e di accoglienza con il Risiko, alla squallida ricerca di consenso da parte dei membri di quei governi, nazionali e sovranazionali, che solo di fronte allo sdegno causato da certe catastrofi si svegliano dal loro colpevole torpore; ai loro vertici il cui esito viene puntualmente annunciato come "risolutivo", alle pause dei loro intensi lavori durante le quali vengono serviti deliziosi manicaretti, magari a base di pesce pescato in quel mare dove, assieme a migliaia di sventurati, giace la loro coscienza.
Ho ripensato a quei barconi che, visti dalle stanze del potere che si trovano a Roma, a Berlino, a Bruxelles e in tutto il nostro civilissimo occidente, altro non sono che puntini che trasportano altri puntini più piccoli attraverso quel mare che, quando decide di essere clemente, gli consente di raggiungere le coste di quella penisola abitata da sessanta milioni di puntini. Ecco, io non credo che  - umanamente parlando - per queste persone un saldo di settecento puntini in più o in meno faccia la differenza, ammesso che siano effettivamente settecento e non novecento, o forse più. In realtà il vero numero delle vittime non lo conosceremo mai con precisione: siamo talmente evoluti da riuscire a costruire orologi atomici capaci di dare l'ora esatta per miliardi di anni e allo stesso tempo così arretrati da non essere in grado di calcolare la cifra della nostra indifferenza.

martedì 21 aprile 2015

Renzi - De Luca: è andata così?

Foto: ilfattoquotidiano.it
A tre giorni dall'incontro in quel di Pompei tra il premier Matteo Renzi e il candidato governatore democratico Vincenzo De Luca, ancora non è dato sapere cosa si siano detti i due durante il loro tenero scambio di effusioni guancia a guancia (e panza a panza). Nulla è trapelato dallo staff del Presidente del Consiglio, mentre il ras di Salerno, seguendo le consuetudini istituzionali (De Luca, è risaputo, nutre profondo rispetto per le istituzioni), si è limitato a dichiarare che "si è trattato di un incontro cordialissimo".
E' comunque possibile ricostruire il tema ed il tono del loro colloquio analizzando gesti ed espressioni e considerando un paio di punti fermi:


1. Matteo Renzi ha fatto della questione morale, all'interno del suo partito in primis, nodo fondamentale per il suo progetto di cambiamento del paese: ne ha dato prova in molteplici occasioni, a partire dalla campagna elettorale per le elezioni europee del maggio 2014 quando, con veemente impeto etico, dal palco di piazza del Popolo ammonì Beppe Grillo e
Foto: ilfattoquotidiano.it
il Movimento 5 Stelle: "Giù le mani da Berlinguer! Sciacquatevi la bocca prima di parlare di Enrico, non avete i titoli per intestarvelo". Titoli dei quali lui ha dimostrato di disporre, combattendo con temeraria fermezza il malcostume che, scandalo dopo scandalo, ha travolto il suo partito in questi ultimi mesi.


2. Vincenzo De Luca, come è noto, è profondamente scosso per via delle vicende giudiziarie nelle quali si trova coinvolto: dal giorno della sua vittoria alle primarie del Pd, egli vive un profondo tormento interiore che lo ha portato a più riprese ad interrogarsi sull'opportunità di portare a termine la corsa per la presidenza della regione Campania.

In virtù di queste inoppugnabili verità, la ricostruzione del confronto Renzi - De Luca è quanto mai agevole:

M. Vincenzo, carissimo, fatti abbracciare.

V. Matteo, Matteo, quanto sono felice di rivederti. Soprattutto in questo momento difficile.

M. Parli della tua candidatura?

V. Sì Matteo. Sai, la mia condanna, i processi in corso, la Severino.

M. Capisco...

V. Matteo, la verità è che io non so se me la sento di andare avanti.

M. Ecco, proprio a questo proposito volevo...

V. Non è etico, non è corretto per il partito e per i cittadini della mia regione!

M. Appunto, infatti stavo dicendo che...

V. Io ho sempre anteposto il bene comune ai personalismi, tu lo sai.

M. Lo so, è per questo che devo chiederti di fare un passo indietro.

V. E' quello che stavo cercando di dirti. Voglio ritirare la mia candidatura.

M. E' un gesto che apprezzo e che ti nobilita. Sai cosa scriveva Bacone?

V. Che cosa?

M. "La coerenza è il fondamento della virtù". Con il tuo gesto dai prova di integrità.

V. Grazie Matteo. Queste tue parole valgono per me più di qualunque poltrona.

M. La rettitudine prima di ogni altra cosa, lo sappiamo.

V. Esatto. Il faro dell'etica illumina il nostro cammino.

M. Vincenzo, ci sarebbe un altra cosa.

V. Dimmi Matteo.

M. Oh bischero, mica ci avrai creduto? Ahahah!

V. Ahahah! Ma quando mai! Mi prendi per fesso?

M. L'etica, il tormento, la coerenza. Ahahah!

V. Piano con certe parole. Poi ci scambiano per grillini. Ahahah!

M. Non sia mai!

V. Vabbuò. Dai Matteo, ti porto a mangiare in un posticino favoloso.

M. Grazie Vincè, ma sto a dieta. Sai l'ho promesso all'Agnese.

V. Che peccato, ci facevano pure lo sconto!

M. Su, Vincè, scherzavo! Sei più grullo dell'italiano medio! Ahahah!

V. Strunz! Ahahah! Andiamo a mangiare, su.

M. C'ho una fame...