lunedì 15 dicembre 2014

Venghino signori ladri, venghino

Per certi individui quello della pecunia è un profumo irresistibile. Per il denaro sono disposti a tutto, anche a delinquere. E quando vengono sorpresi con le mani nella marmellata e puniti per le loro marachelle, generalmente con una tirata d'orecchi, non riescono ad imparare la lezione: prima o poi - di solito prima, ovvero al presentarsi di un'occasione favorevole - la loro propensione alla razzia torna prepotentemente a galla, è un impulso irresistibile. Greganti docet. Ed è per questo che non esiste inasprimento delle pene per i reati di corruzione, soprattutto se presentato all'interno di un ddl destinato a sprofondare nelle sabbie mobili parlamentari, che possa minimamente spaventare queste persone a tal punto da trasformarle in austero esempio di rettitudine. I tanto sbandierati provvedimenti anticorruzione non cambieranno nulla: i ladri continueranno a fare i ladri, Renzi continuerà a supercazzolare gli italiani, il ministro della giustizia Orlando continuerà a fare l'uomo di pezza. C'è un solo sistema valido per arginare la corruzione in Italia: fornire ai ladri meno occasioni possibili per rubare. Esattamente il contrario di quanto sta facendo il premier con la sua decisione di presentare la candidatura di Roma per ospitare le Olimpiadi del 2024. Una mossa ingegnosa, proprio quello che serve per ripulire Roma da corrotti, corruttori, malavitosi e politici collusi. Un po' come chiudere Jack lo squartatore in una stanza con una prostituta e pregarlo di mantenere un atteggiamento sobrio. A questo punto, se queste sono le soluzioni che l'esecutivo ha deciso di adottare per combattere il malaffare, aspettiamoci anche una candidatura per i mondiali del 2026, la totale cementificazione del corso del Po per collegare Goro al Monviso, lo spianamento del passo del Turchino per risolvere l'annoso problema della nebbia nella pianura padana (proposto più di trent'anni fa durante un'indimenticabile puntata di Portobello). "Non faremo sconti ai ladri" è stato il gagliardo proclama di Renzi meno di una settimana fa. No, nessuno sconto. Noi si regala direttamente. 

venerdì 12 dicembre 2014

Non fidarsi è meglio

 Quando l'azione politica di un premier poggia le sue fondamenta su promesse spesso e volentieri disattese, è lecito guardare con diffidenza ad ogni suo nuovo annuncio. Con l'ultimo impegno solenne, consegnato alle cronache tramite videomessaggio di berlusconiana memoria il 9 dicembre scorso, Matteo Renzi ha garantito che il suo esecutivo opererà una stretta sul tema - molto sentito dagli italiani in questi giorni di Mafia Capitale - della corruzione, promettendo una serie di misure concrete tra cui l'allungamento del periodo di prescrizione per questo tipo di reato e l'aumento della pena minima da quattro a sei anni. Considerata la particolare serietà della questione, è ragionevole aspettarsi almeno questa volta un intervento concreto e drastico? No. Il Presidente del Consiglio perdoni la diffidenza: dopo mesi di supercazzole sfornate a ritmo quasi quotidiano, la fiducia è un lusso che gli italiani non possono e non devono permettersi. Soprattutto se alcune delle supercazzole hanno già toccato, in più di un'occasione, il tema della corruzione. Se Renzi si limitasse a consegnare i suoi chimerici proclami alla tradizione orale, forse gli sarebbe più facile farli cadere nel dimenticatoio (l'oblio assoluto, in tempi di quarto, quinto e sesto potere - internet - è una pia illusione); ma il bomba, infaticabile cinguettatore, ha eternato i suoi "scribai con cofandina" anche sui social network, specialmente su Twitter dove già nel 2012 assicurava di avere le idee chiare su certi temi:

"#Adesso va votata la legge anti corruzione. #Adesso devono andare a casa i consiglieri regionali del Lazio. #Adesso via tutti i vitalizi." (27/09/2012)

"A @Serv_Pubblico ho detto che per me tre cose da fare subito sono legge corruzione (vera), conflitto interessi e abolizione finanz.partiti." (25/10/2012)

Naturalmente nessuno ha visto alcuna legge sulla corruzione e nemmeno sul conflitto di interessi (per il quale proprio ieri un ddl presentato dal M5S è stato stoppato per l'ennesima volta alla Camera. "Prima le riforme", ha dichiarato il democratico Scalfarotto); Renzi all'epoca era ancora sindaco di Firenze ma, visto tanto ardimento, ci si sarebbe aspettati un pronto intervento sulla questione subito dopo il suo insediamento a Palazzo Chigi. E invece in dieci mesi di governo niente è stato fatto e tanto è stato sbandierato:

"Quello della corruzione è tema centrale. Ma fatti, basta parole." (03/02/2014)

"Combattere corruzione e evasione. Restituire ideale e entusiasmo a impresa per creare posti di lavoro #leopolda5 #italiariparte" (25/10/2014)

"Al #G20Brisbane ho insistito contro corruzione-evasione. In Italia 160 mld (10% pil): fiducia in lavoro di Cantone-Orlandi #lavoltabuona" (15/11/2014)

Cosa ci si può aspettare dunque da Renzi anche in questa occasione? Nulla. Non solo per una questione di provata inaffidabilità pregressa ma anche per le modalità con cui nel presente si è deciso di affrontare il nodo: il governo avrebbe potuto intervenire con un decreto, misura d'emergenza troppe volte adottata immotivatamente ma che proprio questa volta sarebbe stata utile. Si è deciso invece di seguire la strada del disegno di legge: Renzi sa benissimo che in questo modo il percorso del provvedimento - anche qualora il testo licenziato dal Consiglio dei Ministri dovesse essere una volta tanto efficace - sarà lungo e accidentato dovendo passare al vaglio delle due Camere ai cui banchi, com'è noto, siedono numerose anime diversamente candide che faranno di tutto per affossare questa legge. Lo sa eccome, il Bomba. D'altro canto anche questo è il patto del Nazareno: Silvio non va indispettito, e poco importa se questo condanna l'Italia ad affondare sempre più pesantemente nel guano del malaffare. Questa legge s'ha da fare, ma con calma.

venerdì 5 dicembre 2014

Cadono tutti dal pero

Delle attività non propriamente pulite di Salvatore Buzzi - l’uomo delle cooperative e delle mazzette arrestato nell’inchiesta Mondo di Mezzo e considerato il braccio operativo dell'ex terrorista nero, ex membro della Banda della Magliana e numero uno dell’organizzazione criminale decapitata dagli uomini del Ros Massimo Carminati - non sapeva nulla praticamente nessuno negli ambienti politici romani (ma non solo). Cadono tutti dal pero.
Eppure in tanti hanno avuto a che fare con il numero uno della Coop 29 Giugno, a partire dal sindaco capitolino Ignazio Marino che giovedì 4 dicembre - ospite a Otto e Mezzo - dichiarava "non ho mai avuto conversazioni con Salvatore Buzzi", nonostante una foto sul sito della cooperativa lo ritragga in sua compagnia durante una visita alla sede della 29 Giugno. Nessuna conversazione, dice il primo cittadino. Avranno adottato la lingua dei segni.



Cade dal pero anche la neo europarlamentare e fedelissima renziana Simona Bonafè, fotografata insieme a Buzzi durante una visita ad un cantiere appaltato a una delle tante cooperative da lui controllate. 



Dell'immagine che testimonia la presenza del ministro Giuliano Poletti, allora presidente di Legacoop, ad una cena insieme a Buzzi nel 2010 (a cui parteciparono anche l'ex sindaco Alemanno e altri esponenti politici romani, sia di centrodestra che di centrosinistra) è stato detto e scritto abbondantemente. Poletti, in una lettera pubblicata da Repubblica si è così giustificato: "Come presidente di Legacoop ho partecipato sempre alle iniziative ed alle assemblee delle cooperative aderenti (più di 14.000) alle quali venivo invitato. Un giorno farò il conto di quante sono state; sicuramente molte centinaia. Era dunque assolutamente normale che partecipassi alla cena organizzata dalla cooperativa sociale 29 giugno, che aveva per obiettivo il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti e delle persone più deboli". E' normale, non c'è dubbio. Se non fosse che tra gli ospiti di quella cena figurava anche Luciano Casamonica, affiliato all'omonimo clan di origine rumena, il referente di Massimo Carminati alla Romanina, periferia di sud-est della capitale. Buzzi presentava Casamonica come lavoratore della cooperativa; un impiego incredibilmente ben remunerato, viste le auto che poteva permettersi.


Certo, Poletti non era tenuto a conoscere le vicende del Casamonica. Ma quando ci si trova di fronte ad un simile figuro, forse qualche domanda sulla sua presenza sarebbe lecito porsela e porla a chi di dovere (onde evitare confusione: il figuro è quello a sinistra).


Poletti è stato ritratto in una seconda occasione, durante una riunione per la presentazione del bilancio della 29 Giugno, nel 2013. In quella occasione la fotografia fu usata come copertina per il periodico della cooperativa.


A distanza di tre anni, nonostante la bizzarra cena in compagnia del Casamonica, Poletti ancora non aveva sentore di chi fosse realmente Salvatore Buzzi. Ma non era il solo. Cadono tutti dal pero. Cade dal pero il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, e con lui Franco Tumino (altro esponente di Punta di Legacoop), Sveva Belviso (ex Ncd, ora AltraDestra, consigliere comunale a Roma), Daniele Ozzimo (Pd, assessore alla Casa nella giunta Marino, ora dimessosi in quanto indagato), Fabio De Lillo (Ncd, consigliere regionale del Lazio), Massimiliano Smeriglio (Sel, vicepresidente della Regione Lazio), Pino Bongiorno (presidente Legacoopsociali Lazio. "Non potevamo controllare", dice ora), Loredana De Petris (capogruppo dei senatori di Sel, nel 2001 ricevette un finanziamento di 10.000 euro - legale, regolarmente registrato alla Camera - dalla 29 Giugno) e Stefano Venditti (presidente di Legacoop Lazio, anche lui ospite con Poletti alla cena del 2010): in occasione del 25° anniversario della nascita della 29 giugno, la rivista della cooperativa ospitò i loro messaggi di auguri. Affettuose missive nelle quali si testimoniava la vicinanza e la profonda conoscenza della cooperativa. Millantavano? Erano rallegramenti pro forma? L'unica certezza è che oggi tutti prendono le distanze da Salvatore Buzzi. Conoscevano bene la 29 Giugno, eppure nessuno di loro sapeva cosa avvenisse al suo interno. Alti funzionari del mondo cooperativo, presidenti di regione, parlamentari, navigati amministratori locali della capitale: tutti ignari, tutti sorpresi. Tutti caduti dal pero. Speriamo che i magistrati siano meno ingenui.
















giovedì 4 dicembre 2014

Mafia Capitale. Politica Criminale?

"Bisogna chiudere le municipalizzate, ridurle al minimo: pessimi servizi, clientele e, come si è dimostrato a Roma, corruzione. Basta cialtroni che rubano!" E' indignato Ancellino Alfano, forse perchè quei cialtroni balzati all'onore delle cronache grazie all'indagine Mafia Capitale fanno seria concorrenza a quelli presenti nel suo partito, quel Nuovo Centrodestra che tra le sue fila conta più indagati e pregiudicati che parlamentari. Lo sdegno per la nuova inchiesta romana (che, vale la pena ricordarlo è solo all'inizio: non appena qualche viola del pensiero coinvolta nel malaffare aprirà bocca per collaborare con gli inquirenti se ne vedranno delle belle) è comunque bipartisan. Così mentre il democratico Lorenzo Guerini su Twitter cinguetta "dobbiamo dare risposte chiare ai militanti, #Pd è fatto di persone perbene", un insolitamente pensoso Maurizio Gasparri si chiede "perché uno come Carminati potesse continuare ad andare in giro libero dopo il suo passato". Forse dovrebbe domandarlo ad alcuni suoi amici di vecchia data, ad esempio quelli con cui condivideva le lotte politiche ai tempi del Fronte della Gioventù. E se Fabrizio Cicchitto, vista la trasversalità dell'indagine (e per non smarrire l'antica abitudine di fare a gara a chi è più rognoso), ricorda che "nessuna forza politica è certo legittimata ad agitare in questa vicenda la questione morale", il presidente dei senatori Pd Luigi Zanda non manca di notare che "l’intero assetto dell’economia italiana sarebbe molto diverso se non fosse aggredito dalle due grandi voragini della corruzione e dell’evasione che hanno inghiottito un enorme pezzo della ricchezza nazionale". David Ermini, responsabile Giustizia del Pd, la mette giù dura: "La magistratura vada avanti senza guardare in faccia nessuno" e fa presente che "la politica deve lavorare per intervenire ancora prima dei magistrati". E immediatamente la politica si è messa alacremente all'opera per lanciare al paese un chiaro segnale di quelle che sono le sue intenzioni: il Senato ha respinto la richiesta di utilizzo delle intercettazioni che riguardano il senatore Ncd Antonio Azzollini, presidente della commissione Bilancio, indagato nell’inchiesta sugli appalti per il porto di Molfetta (Bari). I no all'autorizzazione sono arrivati dai banchi di Pd, Lega Nord, Forza Italia e, naturalmente, Ncd; a favore della richiesta si sono espressi i senatori di Sel e di quel Movimento che, nell'immaginario di buona parte dei media, costituisce l'unico ostacolo al normale svolgimento della vita democratica e al benessere del nostro paese.

I fatti, quando si tratta di comprendere quali sono i reali obiettivi della classe politica (e non solo), valgono assai più delle parole; anzi, le parole della politica - specialmente oggi - hanno valore pressochè nullo. E se i fatti sono questi, l'unica domanda che resta da porsi è: dove e quando scoppierà il prossimo bubbone? Perchè non ci sono scuse, fantomatiche leggi anticorruzione o foglie di fico come Raffaele Cantone che tengano. Nel nostro paese politica e malaffare vanno a braccetto - in amorosa e complice armonia - da sempre, già dai tempi dell'Italia monarchica; basta ricordare l'arcinoto scandalo della Banca Romana, che travolse il governo Giolitti nel 1893. Non c'è motivo di aspettarsi improvvisi ravvedimenti, lo testimonia il caso Azzolini. E non c'è da stupirsi che nel Corruption Perception Index 2014 di Transparency International l'Italia conquisti il ben poco ragguardevole primato di nazione più corrotta di Europa. Le cronache quotidiane sono il racconto impietoso di un paese governato da una classe politica in larga parte dissoluta, disonesta, indecente. E quei pochi elementi di pulizia che tentano di dare un volto nuovo, pulito alla cosa pubblica subiscono il sistematico attacco da parte di quel potere malato - e dell'informazione ad esso asservita - che per estendere le sue metastasi deve espellere le poche cellule sane che paradossalmente rappresentano un corpo estraneo nel tessuto putrescente del paese. Non è da gufi farsi poche illusioni, prevedere un futuro di ulteriore decadenza (e indecenza) per l'Italia: è un film già visto troppe volte, un libro letto e riletto. E' "la storia che copia la storia, a sua minor gloria". Nulla è cambiato dai tempi di Mani Pulite, quando il faccendiere socialista Adriano Zampini raccontava il suo rapporto con la politica dell'epoca: "Ho sempre considerato i partiti come dei taxi. Salivo, mi facevo portare a destinazione e pagavo la corsa. Insomma, alla fine tanti saluti e amici come prima". I partiti sono ancora dei taxi e pur di non perdere una corsa fanno salire cani e porci. Soprattutto porci, perchè del maiale non si butta via nulla.