giovedì 30 ottobre 2014

La versione di Alfano

Oggi Angelino Alfano riferirà in Parlamento in merito alle manganellate inferte ieri dalla polizia ai lavoratori della Ast di Terni che a Roma esercitavano quello che pare essere sempre meno un loro diritto: manifestare. Non è ancora dato sapere quali motivazioni Ancellino addurrà per giustificare quanto accaduto e francamente, giunti a questo punto, c'è da dubitare che a qualcuno possano minimamente interessare i suoi alibi. Alfano è ministro dell'interno da un anno e mezzo, prima con il governo Letta e ora con Renzi. E' vero che celare la propria inettitudine imbucandosi tra le fila di una compagine di inetti dovrebbe garantire un ampio margine di mimetismo, ma in questi mesi Angelino ha collezionato più errori di John Locke in Lost: se ti abboni allo svarione è chiaro che prima o poi qualcuno ti sgamerà, anche se cerchi di confonderti tra gli Orlando e le Pinotti. La bufera scatenata dalla vicenda Shalabayeva, le polemiche sugli scontri in occasione della finale di Coppa Italia Napoli - Fiorentina che hanno portato all'uccisione di Ciro Esposito, le improvvide dichiarazioni sull'arresto di Massimo Bossetti (il presunto assassino di Yara Gambirasio). E poi la famosa uscita sugli ambulanti stranieri, forse meno grave degli altri fatti ma profondamente indegna per un rappresentante delle istituzioni: "Gli italiani sono stanchi di essere insolentiti da orde di vu cumprà." Qualcuno avvisi Ancellino che ci sono anche milioni di cervelli di italiani stanchi di essere insolentiti da orde di cazzate fotoniche. Infine il bruttissimo episodio di ieri. Questo pomeriggio, prima al Senato e poi alla Camera, andrà in onda la versione di Alfano. Si consiglia di tenere pronti i popcorn. Forse il nostro amico Angelino (che Paolo Conte abbia pietà) racconterà che è tutta colpa del prefetto, o di qualche sbirro troppo zelante, oppure dei facinorosi lavoratori della Ast. Forse rivelerà che l'ordine è stato impartito direttamente dalla vergine di Medjugorje. Poco importa. Il punto è che è giunto il momento di stabilire fino a quando un uomo di provata inadeguatezza può ricoprire un incarico palesemente improbo per le sue capacità. Qualcuno - magari chi lo ha confermato come ministro dell'interno - dovrebbe finalmente spiegarlo agli italiani. In un paese normale chi è stato cagione di tanti danni per il proprio paese si sarebbe o sarebbe stato dimesso. Non sarà mai troppo tardi per spedire Angelino a casa a coltivare ortensie. Magari accompagnato da chi, per pura convenienza politica e con evidente disinteresse per il bene del paese, lo ha piazzato su quella poltrona.

mercoledì 29 ottobre 2014

Dialogo e calci in culo

"Ora basta slogan del cazzo. Basta Leopolde." Parole di Maurizio Landini, pronunciate in piazza Indipendenza a Roma subito dopo una carica della polizia che ha manganellato un gruppo di operai della Ast di Terni: tre di loro sono finiti al pronto soccorso. Parole pienamente condivisibili, sacrosante, figlie di una situazione che si fa ogni giorno sempre più insostenibile. Resta da aggiungere: basta tavoli, basta concertazione, basta promesse. Basta elemosine. Si discute quando ne vale la pena, quando ci si trova di fronte ad un interlocutore seriamente disponibile a prestare attenzione alle altrui istanze. Sfortunatamente Matteo Renzi sta all'ascolto come Berlusconi sta alla legalità. I lavoratori, i cassaintegrati, i disoccupati, le famiglie che non arrivano alla fine del mese: figuriamoci se l'adiposo ducetto ha tempo per simili bagatelle, preso com'è fra supercazzole, slides, leopolde e selfie con la D'Urso e il suo pubblico ammaestrato. Renzi e i suoi giovani cortigiani hanno cominciato tutti quanti a fare politica non ancora trentenni: parliamo di gente che nella propria vita non ha mai fatto un beato nulla. E ora si pretende che questi fancazzisti patentati si prendano a cuore i destini dei lavoratori? Di cosa stiamo parlando? Del sindaco di Firenze Nardella che trabocca tanto carisma da riuscire a farsi zittire da un ragazzino quattordicenne? Di Maria Elena Boschi che scrive le leggi sotto l'ascella protettrice - e sotto dettatura - di Denis Verdini e Niccolò Ghedini? Del sottosegretario Sandro Gozi e della sua contagiosa vitalità una spanna inferiore a quella di un cipresso? Della sempreverde Pina Picierno che, quando c'è da sparare una cazzata col botto, è sempre pronta ai blocchi di partenza? A proposito di Pina, questa mattina ad Agorà ha dichiarato: "Sono rimasta molto turbata dalle parole della leader della Cgil, Susanna Camusso, che dice oggi a qualche giornale che il premier Matteo Renzi è al governo per i poteri forti. Potrei ricordare che la Camusso è eletta con tessere false o che la piazza è stata riempita con pullman pagati, ma non lo farò". Miss 80 Euro parla con cognizione di causa: nel Pd le tessere false le riconoscono ad occhi chiusi. Resto sempre molto turbato quando la Picierno apre bocca. Potrei ricordare che è una cretina siderale, ma non lo farò. Di cosa stiamo parlando? Di miracolati che, grazie ad una serie di fortunose coincidenze e concause storiche, sono riusciti ad imbucarsi nelle stanze dei bottoni senza avere alcuna competenza per farlo. Hanno paragonato Renzi alla Thatcher ma in realtà è qualcosa di diverso, qualcosa di peggio: la lady di ferro, per quanto spietata e mai abbastanza criticata, sapeva bene quello che faceva. Questa nuova generazione di sbarazzini dilettanti che vuole giocare a "Governiamo l'Italia" è una tacca più inguardabile dei berlusconiani: per frivolezza ricordano da vicino la Milano da bere del craxismo e la loro fine potrebbe non essere molto diversa, a meno che Renzi e i suoi non arrivino al capolinea ben prima di quelle che sono le più fosche previsioni. Magari aiutati da un salutare calcio in culo da parte di chi è stanco di parlare con chi proprio non ne vuole sapere di ascoltare.

venerdì 24 ottobre 2014

Chiedo scusa se ho scherzato sulla Bonafè

Spesso su questo blog si è ironizzato sulle ancelle di Renzi. Ieri sera a Servizio Pubblico tra gli ospiti di Michele Santoro figurava Simona Bonafé, una delle giovani amazzoni del presidente. Generalmente la neo europarlamentare meriterebbe la stessa attenzione che si potrebbe prestare all'ultimo disco di Povia, ma ieri sera ho deciso di prendermi la briga (non certo il gusto) di starla a sentire. A fine trasmissione la tentazione era quella di ascrivere Povia all'Olimpo dei grandi della musica, accanto a Springsteen e Peter Gabriel. Ho ascoltato la diversamente giovane Simona mandare a memoria concetti (mi si perdoni per l'audace termine) triti e ritriti, le solite litanie che gli italiani si sentono ripetere da troppi anni a questa parte dai vari peones di turno: attrarre investimenti dall'estero, sgravi fiscali, incentivi ai consumi, crescita. "Le solite palle, i soliti accordi" cantavano vent'anni fa Enzo Jannacci e Paolo Rossi (e aggiungevano "Ma cosa spiegava? La rava e la fava!"). La Bonafé: una personalità talmente autorevole che quando parlava - pardon, ripeteva - il pubblico in studio, non certo leghista, applaudiva alle interruzioni di Borghezio. Mauro Borghezio, quello che saliva sui treni per disinfettare i sedili su cui sedevano le prostitute di colore. Evidentemente coltiva una predilezione per quelle caucasiche. Simona Bonafé. Bonafé Simona. Una delle miss preferenze del Pd, ricordano i trombettieri del principe Matteo. La ragazza si bulla di questo titolo, ricordando ad ogni piè sospinto le carrettate di consensi ottenuti alle ultime europee, ignara del fatto che se al suo posto come capolista si fosse presentata la altrettanto popolare casalinga di Voghera avrebbe conquistato lo stesso numero di voti. E certamente si sarebbe presentata a Strasburgo dotata di maggiore preparazione. Bonafé Simona. Simona Bonafé. Quante volte ho canzonato questo monumento all'insipienza. Lei come la Picierno - che resta insuperata campionessa di inadeguatezza - la Moretti, la Madia. Maria Beata Elena Boschi, la madre riformatrice. L'evanescenza al potere. Ho fatto facili ironie e ho sbagliato, chiedo scusa a tutti. C'è ben poco da scherzare: queste persone ci rappresentano in Europa, nel nostro Parlamento. O peggio ancora sono ministri: ministri che, a ulteriore scorno della decenza, scrivono leggi dandosi di gomito con quella nota pasta d'uomo che é Denis Verdini. No, non c'è scherzare. E ancor meno da ridere. I pazzi si sono impadroniti del manicomio. E gli altri folli, stretti in cerchio, applaudono. Roba da rimpiangere Gianni De Michelis che dimena la chioma all'Open Gate.

P.S. Naturalmente Renzi ha anche numerosi maggiordomi. A loro sarà dedicato un capitolo a parte.

mercoledì 22 ottobre 2014

L'autolesionista Ciccio Dell'Oca Crimi e l'autogol di Grillo

Quando nel M5S c'è da perdere qualche vagonata di elettori Vito Crimi non si fa mai cogliere impreparato. E' sempre lì in prima linea, meticolosamente dedito al suo incarico di sicario di consensi: una sua sola dichiarazione è sufficiente per radere al suolo settimane di lavoro dei vari Morra, Di Battista, Di Maio o Taverna. Pensando a lui viene voglia di parafrasare una famosa battuta di Groucho Marx: "Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come Vito Crimi." Fedele al suo ruolo di Ciccio Dell'Oca del Movimento, ieri Citizen Vito ha pubblicato un feroce (almeno nelle intenzioni) post su Facebook per attaccare il Fatto Quotidiano, reo di avere dato notizia delle nuove espulsioni in seno al M5S, e Marco Travaglio che si è permesso di consigliare ai pentastellati di occuparsi maggiormente di corruzione e meno di epurazioni. Vito l'ardito scrive: "Alla notizia il Fatto Quotidiano ha riservato la homepage sull'edizione online per 2 (due) giorni, omologandosi ai giornalai che hanno colto la palla al balzo per vomitare prime pagine sui quotidiani e servizi in apertura di telegiornale." A parte il linguaggio sgradevolmente gasparriano, Crimi dovrebbe sapere che il Fatto si è sempre occupato del Movimento più di qualunque altro organo di informazione, a volte parlandone bene e altre volte criticandolo, cosa che dovrebbe fare ogni giornale libero e per l'appunto non omologato. Ma forse il senatore (che evidentemente ed inspiegabilmente confonde Travaglio con Menichini) ritiene che essere omologati equivalga a rifiutarsi di lisciare aprioristicamente il pelo ai 5 Stelle.
"A quando", si domanda ancora Crimi, "prime pagine e servizi dedicati alle espulsioni che i partiti da sempre praticano sugli iscritti?" Al 20 giugno 2013, data in cui il FQ pubblicò, come sempre in prima pagina, l'editoriale di Travaglio "Senti chi sparla", dedicato guardacaso alle espulsioni che i partiti da sempre praticano sugli iscritti. Delle epurazioni piddine (e non solo) il condirettore del Fatto ha parlato a più riprese, sia sul suo giornale che in televisione, così come hanno fatto in diverse occasioni Antonio Padellaro e Andrea Scanzi: se Crimi non ignora l'esistenza dei motori di ricerca avrà modo di verificarlo agevolmente.
Il post prosegue: "Non si è trattato di limitazione della libertà di critica, di fascismo e altre amenità. Non si tratta di punire il dissenso. Quello è sempre vivo e presente, in tutti i livelli del Movimento. Sta a noi scegliere se rivolgerlo ad una telecamera affinché ci venga risputato addosso, o se condividerlo con i nostri compagni di viaggio, favorendo la maturazione della comunità." Traduzione: i panni sporchi si lavano in casa, al riparo da streaming e telecamere. Qualora Vito non lo avesse notato, si tratta di quella stessa condotta che il M5S ha sempre - giustamente - rimproverato al Pd. Molti elettori hanno votato i 5 Stelle anche perchè stanchi di queste dinamiche interne ai partiti. Dinamiche che ora Crimi vorrebbe avocare al Movimento.
Tutto il resto è noia: l'invettiva di Ciccio si trascina verso il finale tra spiegazioni puerili, gasparrismi un tanto al chilo ("commentatori de noantri", "quante stronzate") e battute sullo stato di salute dei neo-espulsi che non strapperebbero un sorriso nemmeno a un fan di Martufello, per giungere al gran finale affidato al criptico hashtag #ariverlestelle.

Così si chiude il post di Crimi e si apre l'autogol di Grillo (o chi per lui) che questa mattina ha pubblicato via social e sul suo blog la tirata di Ciccio, intitolandola "Il senatore 5 Stelle Vito Crimi zittisce Marco Travaglio". L'immagine di Travaglio zittito da Vito l'ardito è realistica tanto quanto Gustavo Zagrebelsky che straccia gli avversari e si aggiudica il primo premio al Ruttosound di Reggiolo. E infatti, fatti salvi i soliti talebani grillini, i commenti su Facebook e su beppegrillo.it - quasi tutti a sostegno di Travaglio e del Fatto - dimostrano quale boomerang si sia rivelato per Grillo la condivisione di quel post. Crimi è quello che è, non ha colpe; più allarmante è invece la sensazione che Beppe stia sempre più perdendo contatto con gli umori della maggioranza della sua base e di quei simpatizzanti che magari non passano le ore a scrivere "W BEPPE!!!" su Twitter ma il cui voto - quando si tornerà alle urne - ha uguale valore. Uno vale uno.

martedì 21 ottobre 2014

Salvate il soldato Maurizio: breve fenomenologia di Gasparri su Twitter

Boia chi twitta: qualcuno salvi il soldato Gasparri da se stesso e gli interdica l'uso di Twitter. Gli insulti alla fan di Fedez ("Meno droga, più dieta, messa male") da parte del senatore hanno scatenato numerose polemiche: c'è chi ritiene opportuno che l'esponente di Forza Italia lasci il suo incarico di vicepresidente del Senato e chi si domanda se l'imitatore di Neri Marcorè abbia mai avuto occasione di transitare davanti a uno specchio. 
In realtà la relazione tra Gasparri e il social californiano è da sempre travagliata, soprattutto a causa del suo conflittuale rapporto con uno dei suoi più acerrimi nemici: la tastiera.



Siccome Twitter, come ogni altro social, presuppone che gli iscritti interagiscano tra di loro, ben presto Maurizio ha cominciato a confrontarsi con gli altri utenti - spesso non esattamente suoi sostenitori - e, armato della proverbiale affabilità fascista, ha cominciato a ricoprire di contumelie chiunque osasse muovergli critiche o provocazioni. Il sempre ardito e virile "sciò", teneri apprezzamenti quali "demente", "tossico" o "discarica" sono la cifra stilistica che contraddistingue i suoi quotidiani battibecchi con chiunque gli capita a tiro, talvolta anche quando non è direttamente coinvolto nelle discussioni. Quella che segue è una sintetica rassegna di alcune sue tweet-prodezze. Si sconsiglia la visione alle persone sensibili.









































Come scritto sopra, forse sarebbe davvero il caso di interdire a Gasparri l'uso di Twitter impedendogli l'uso di qualunque apparecchio elettronico, oppure segnalando il suo profilo in modo da farlo bloccare. Come si farebbe con un bimbominkia qualsiasi. O con un vicepresidente del Senato un po' svitato.





lunedì 20 ottobre 2014

Renzi, la D'Urso, il pubblico: i selfie dell'Italia

Certi resoconti non hanno bisogno di parole, bastano le immagini.





Questi scatti ci raccontano una nazione becera che sta tornando a passo d'oca ai tempi dei nani e delle ballerine, e probabilmente sarà capace di precipitare anche più in basso. Ci dimostrano che c'è più decenza in certa pornografia di bassa lega che in certi selfie. Queste istantanee ci ricordano una famosa massima di Woody Allen nel suo capolavoro Io e Annie: "I politici hanno una loro etica. Tutta loro. Ed è una tacca più sotto di quella di un maniaco sessuale". Lo stesso discorso vale per la dignità. Questi autoscatti certificano impietosamente che l'Italia - prima degli indicatori economici, delle manovre finanziarie, delle riforme sbagliate - è senza speranza perchè è sostanzialmente gretta e cialtrona, puntualmente piegata a novanta gradi di fronte al potente di turno. Anche quando il potente di turno è ancora più squallido e pagliaccio della media del paese. Un paese che non vale neanche gli ottanta euro per i quali si è venduto.

("Tutto qui? E l'intervista della D'Urso?" Quale intervista? Ieri a Domenica Live è andato in onda il solito monologo del solito parolaio: lui sopra, Carmelita - ottusa e felice - sotto. Esiste la posizione dello zerbino nel Kamasutra?)

giovedì 16 ottobre 2014

Il futuro cos'è?

"Il futuro si costruisce insieme". "Diamo un nome al futuro". "L'Italia non è un paese finito, pensiamo al futuro". "La sfida è trasformare noi stessi gelosi del passato e innamorati del futuro". " Noi siamo qui per cercare di portare in Italia la parola futuro". "Riprendiamoci il futuro". "Il futuro è oggi". "Stiamo scrivendo il futuro dei nostri figli". "Dobbiamo guardare al futuro costruendo nuove occasioni". " Non chiediamo un giudizio sul passato, ci interessa cominciare il futuro". "Vogliamo cambiare il destino dei nostri figli portando la prospettiva del futuro nella politica". "Ricordiamo di chiamarci Italia, non mollando e guardando con orgoglio e passione al futuro e alla storia". "Il futuro deve tornare ad essere una promessa". "Il futuro non è uno spazio da aspettare". "Riparte il futuro". "Qui, oggi e adesso c'è il futuro reale dell'Italia". "L'Italia non deve darla vinta a chi dice che il futuro è già passato". "In America ho fatto un viaggio impegnativo che è partito dal futuro".

La prima impressione è che Matteo Renzi sia rimasto intrappolato, senza averlo capito, in un libro di Stephen Hawking; ma perchè il nostro premier non perde occasione per parlare - spesso attraverso immagini tanto ardite quanto antiscientifiche - del domani? Perchè il Bomba sembra tonto ma, a dispetto delle apparenze, non lo è per nulla: Renzi ha capito che in un paese atterrito dal presente il sistema più pratico per ottenere consensi è quello di declinare la politica in chiave futura. Un avvenire luminoso, naturalmente. Ce lo chiede Matteo: guardare avanti per non vedere quanto viene (o non viene) fatto oggi. Ma quello renziano nella realtà è uno slancio artificioso, di facciata: questo esecutivo è molto più interessato al presente che al domani. Lo dimostrano i primi otto mesi di (in)azione del governo, lo prova una volta di più la legge di stabilità appena varata: che questa manovra nei prossimi mesi si tradurrà in un bagno di sangue per gli enti locali, e quindi per i cittadini che si vedranno tagliare i servizi e/o aumentare le tasse locali, lo capirebbero pure a Topolinia. Non a caso a criticare la legge non sono i soliti gufi di turno come Landini: anche Chiamparino e Nicola Zingaretti, che nemici di Renzi certamente non sono, hanno criticato la manovra con parole particolarmente dure. Ma a Matteo, più che la prospettiva futura, interessa il consenso del momento. A dispetto delle suadenti dichiarazioni, il Presidente del Consiglio è drammaticamente impantanato nell'oggi: lo ha evidenziato anche nella conferenza stampa di presentazione del documento economico, dove si è presentato quasi di controvoglia e insolitamente spento. Impegolato in un incarico che si sta dimostrando monumentalmente più grande di lui (Fabrizio Barca e Diego Della Valle lo avevano capito già da tempo), Renzi dovrebbe prendere atto una volta per tutte della sua inadeguatezza e dire la verità agli italiani, magari facendo sue le parole di una famosa canzone di Enrico Ruggeri: il futuro è un'ipotesi.

lunedì 13 ottobre 2014

Tra fango e consensi: che fine ha fatto il piano Terra Ferma?

Avrebbe potuto Renzi lasciarsi sfuggire l'occasione di rastrellare qualche consenso rimestando tra il fango e i detriti genovesi? Naturalmente no, così ha pensato bene di scrivere - o più probabilmente far scrivere - un bel post dedicato alla tragedia del capoluogo ligure. Tra una rassicurazione e una sviolinata ai genovesi il principe Matteo sentenzia: "Diciamoci la verità: del dissesto bisogna occuparsi quando non ne parla nessuno, non quando ci sono i titoloni in prima pagina". E infatti lui ne parla quando ci sono i titoloni in prima pagina. Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di una critica capziosa: qualunque altro Presidente del Consiglio avrebbe scritto più o meno le stesse parole di Renzi. E' certamente vero, ma c'è un dettaglio non insignificante: non era forse il divo Matteo quello che voleva cambiare verso e rottamare le polverose consuetudini di quella politica ampollosa e inconcludente che ammorba il nostro paese? Un silenzio di due giorni seguito da un comunicato gonfio di retorica e promesse ricorda molto da vicino le prassi democristiane della prima Repubblica. Cambiare verso, sì: per tornare indietro.

A proposito di retorica e promesse: a Renzi capita spesso di fare affermazioni di buon senso. Ancora più spesso gli capita di non dare seguito ai suoi annunci. I sostenitori del premier in genere contestano questa analisi sostenendo che otto mesi sono pochi per giudicare l'operato del governo del Nazareno (a proposito: qual è il lasso di tempo consono per valutare ed eventualmente criticare le azioni di un governo? Un anno? Due? Mai?). Otto mesi potrebbero forse essere



pochi se non fosse che è stato lo stesso segretario Pd a determinare scadenze che il suo esecutivo non ha rispettato, come ad esempio nel caso - guarda un po' le coincidenze - del piano Terra Ferma, annunciato in pompa magna durante la conferenza stampa del 14 marzo, quella delle famose slide. Terra Ferma prevedeva uno stanziamento di 1,5 miliardi di euro per interventi finalizzati alla tutela del territorio e alla lotta al dissesto idrogeologico. Il tutto coordinato da un’unità di missione che avrebbe dovuto essere operativa dal primo di aprile scorso. Quel progetto è rimasto lettera morta, non se ne trova traccia sul sito della Presidenza del Consiglio e nemmeno su quello del Ministero dell'Ambiente. Le uniche tracce web di Terra Ferma si riferiscono alla promessa in Power Point di Renzi che tale è rimasta. Alla luce di questo e di molti altri impegni disattesi è comprensibile che ci siano persone che faticano ad accordare fiducia al nostro premier. Resta la speranza, soprattutto per quanto riguarda la dolorosa vicenda di Genova, di essere piacevolmente smentiti.

giovedì 9 ottobre 2014

Di gufi e di anemoni di mare

Qualcuno avverta gli esponenti della maggioranza di governo che la consuetudine di bollare come gufi coloro che hanno l'ardire di non allinearsi al "pensiero" del principe Matteo, o in generale di avere delle proprie opinioni, è divenuta ormai prevedibile e mortalmente noiosa. Ora ci si mette pure Roberto Formigoni che nelle scorse ore ha pubblicato questo tweet: "Italia-USA volley femminile 3-0! Splendida notizia, soprattutto al termine di una giornata di tensioni al Senato. Gufi sconfitti, anche qui". A parte il fatto che il nesso tra pallavolo e politica è chiaro al solo Formigoni, la vera questione è che tra le domestiche e i maggiordomi renzini si palesa un'abissale impreparazione in tema di zoologia: umettare le venerate terga del loro benefattore è un compito che porta via molto tempo, questo è comprensibile. Ma se paggi ed ancelle del Bomba impiegassero un minimo del loro tempo per studiare e guardarsi intorno, scoprirebbero che il regno animale è tanto vasto quanto variegato: in cielo, sulla terraferma, nei fiumi e nei mari. Non ci sono solo i gufi. Il misterioso e colorato mondo subacqueo, tanto per dire, può essere fonte di innumerevoli scoperte e alcune creature degli abissi potrebbero perfino risultare loro familiari. Gli anemoni di mare, ad esempio: tentacolari esseri invertebrati, in parte animali e in parte vegetali, che vivono sul fondo degli oceani e sviluppano una simbiosi mutualistica con l'amphiprion percula nutrendosi dei suoi avanzi di cibo. Per la cronaca: l'amphiprion percula è più comunemente nota con il nome di pesce pagliaccio.