venerdì 18 luglio 2014

Berlusconi assolto: un lavacro purificatorio per le vecchie colpe?

Berlusconi è un condannato per frode fiscale, falso in bilancio, appropriazione indebita e creazione di fondi neri.

Ha goduto della prescrizione per diversi casi di falso in bilancio (dalla Fininvest all'acquisto di Lentini), per corruzione giudiziaria, appropriazione indebita, finanziamenti illeciti ai partiti (per la precisione il PSI di Craxi) e rivelazione di informazioni coperte da segreto istruttorio (inchiesta Bnl-Unipol)

E' stato aministiato per i reati di falsa testimonianza (P2) e ancora una volta di falso in bilancio.

Ha ottenuto due assoluzioni per intervenuta modifica (leggasi depenalizzazione) della legge sul reato di falso in bilancio. Modifica apportata dal suo governo nel 2002.

Nel 1961 ha avviato la sua sfavillante attività imprenditoriale grazie a una fideiussione della Banca Rasini, principale istituto usato dalla mafia per riciclare il denaro sporco e che vantava clienti di alto lignaggio, da Totò Riina a Bernardo Provenzano.

Questa banca (il cui procuratore generale era Luigi Berlusconi, padre di Silvio) intratteneva solidi rapporti d'affari con noti fiorellini di campo quali Michele Sindona, Licio Gelli, Roberto Calvi e monsignor Paul Marcinkus, presidente dell'indebitatissimo IOR.

Berlusconi era possessore della tessera 1816 della P2, la loggia massonica deviata guidata dal maestro venerabile Licio Gelli, coinvolta a vario titolo in alcune bagatelle degli anni '70 come il golpe Borghese e la strage dell'Italicus.

Berlusconi non è mai stato in grado di figuare i sospetti riguardo ai presunti contributi ricevuti dalla mafia per fondare la Fininvest.

Proprio in quegli anni Silvio conosce e stringe un sodalizio decennale con Marcello Dell'Utri, da poco condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

E' proprio l'amico Marcello che presenta a Berlusconi il giovane mafioso palermitano Vittorio Mangano che all'epoca ha già collezionato tre arresti, diverse denunce e alcune condanne: Silvio resta talmente colpito dalle ottime credenziali del picciotto siciliano che decide di prenderlo a servizio presso la sua residenza. Ufficialmente Mangano lavora come stalliere, in realtà funge da protettore e garante della famiglia Berlusconi: la sua presenza tutela Silvio e i suoi cari dai possibili tentativi di rapimento a scopo di estorsione che all'epoca la mafia portava a termine nel milanese. Dopo l'esperienza ad Arcore, Mangano farà carrierà e diventerà capomandamento della famiglia di Porta Nuova durante gli anni delle stragi del 1992 e 1993.

Ancora prima di scendere in campo, Berlusconi ha sfruttato la politica per tutelare i suoi interessi imprenditoriali: nel 1984, grazie al solerte intervento dell'amico Bettino Craxi, all'epoca Presidente del Consiglio, salva le sue televisioni dall'oscuramento ordinato dai pretori di Milano, Roma e Pescara. Craxi arriva perfino a porre la questione di fiducia su quello che è da considerare il primo decreto salva-Silvio. Da allora le televisioni di Berlusconi continuano a trasmettere grazie ad una serie di concessioni di carattere transitorio. Sono passati trent'anni.

Dopo il suo ingresso in politica Berlusconi è stato oggetto di ventennali polemiche sul suo conflitto di interessi, uno dei più abominevoli del mondo. Più volte sono state annunciate leggi volte a risolvere la questione, nessuno le ha mai viste. Nemmeno nei dieci anni di governo del centrosinistra che anzi si è sempre ben guardato dal disturbare gli affari dell'amico Silvio.

Condoni fiscali, depenalizzazione del reato di falso in bilancio, lodo Alfano, lodo Schifani, legge Gasparri, scudo fiscale, abolizione della tassa di successione, limitazione sull'uso delle rogatorie internazionali, riduzione dei tempi di prescrizione: sono solo alcuni dei provvedimenti ad personam promulgati dai governi Berlusconi.

In compenso oggi Silvio è stato assolto in appello dall'accusa di essere un pappone matricolato. E allora tutto il suo passato passa in secondo piano. Un assoluzione che è lavacro per le vecchie colpe: giusto quindi continuare a confrontarsi con lui quale padre riformatore. Di più: a questo punto non sarebbe così scandaloso concederlgi la grazia. E magari decorarlo con una medaglia al valor civile per gli innumerevoli atti che tanto lustro donarono al nome e al prestigio della Patria.

mercoledì 16 luglio 2014

Il rinvio a giudizio di Verdini: le prime pagine dei quotidiani di Zerbinolandia.

"Voilà, le garçon ancien c'est moi". Chi si chiedeva quali credenziali avesse da presentare Denis Verdini per sedere al tavolo delle riforme è stato accontentato: il plenipotenziario di Forza Italia, l'uomo del Nazareno, ieri è stato rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta, associazione a delinquere, appropriazione indebita e - giusto per conferire maggiore autorevolezza al suo ruolo di padre costituente - truffa ai danni dello stato. Finalmente l'uomo giusto al posto giusto. Per Mediorenz ci sarebbe di che bullarsi per giorni per questo straordinario successo della politica del #cambiaverso. Ma bisogna lavorare, c'è da rifare l'Italia e non ci si può trastullare con festeggiamenti e congratulazioni. Così i solerti organi di stampa dell'incantato reame di Zerbinolandia si sono prontamente adeguati alla nuova linea renzina e hanno deciso di riportare la notizia senza eccessivo clamore.





Anzi, per evitare di eccedere nel clamore hanno deciso di non riportare la notizia. Questa è sobrietà, questo è giornalismo. Questo è il magico mondo di Zerbinolandia. Viva il Re.

lunedì 14 luglio 2014

Il renzismo, da Farinetti a Fantozzi

Che cos'è il renzismo? Se lo chiede oggi Andrea Scanzi in un post sul blog del Fatto Quotidiano: "E’ difficile descrivere qualcosa che, come cifra distintiva, ha il nulla. E il renzismo, ideologicamente e contenutisticamente, è il nulla o quasi". Forse per questo piace tanto agli italiani: fuffa agghindata con belle parole, una parvenza di modernità, rapidità (poco importa se inconcludente) e modi spicci. Un Bruno Cortona del 2000 in salsa toscana: dopo più di mezzo secolo gli italiani ancora subiscono il fascino di quell'irruento cialtrone, splendidamente tratteggiato da Vittorio Gassman nel film Il Sorpasso. Eppure anche il renzismo ha bisogno di contenuti, perlomeno di facciata: a questi ha pensato Oscar Farinetti, patron di Eataly e stella polare dell'ideologia renzina. Nel suo post Scanzi cita i ragazzi del portale Amaroblog e la loro cronaca della terza serata della rassegna "Il libro possibile", che ha visto tra gli ospiti Farinetti. Questo è il loro resoconto: "Venerdì sera al Libro Possibile di Polignano a Mare era pieno di gente fortunata. Tantissima gente ottimista e fortunata che volendo può lavorare e guadagnare quanto vuole! Parola di Oscar Farinetti, il renzismo fatto orsacchiotto. ‘Dicono a questi ragazzi di Renzi che le loro riforme sono incostituzionali. Ma chi se ne frega! Basta che lavorino’. Yuppi! Fanculo Travaglio e la sua ossessione per la democrazia autoritaria. Con la riforma di Renzi il segretario di un partito del 20% potrebbe arrivare a nominare il 55% di parlamentari e governare indisturbato senza contrappesi? Chissene! Who cares? Basta con questi giornalisti che ci danno ogni giorno cattive notizie. ‘Noi dobbiamo essere fortunati’. Capito? Dobbiamo!? Che si fotta il pessimismo (e anche la semantica). Dire. Fare. Amare. Nell’era renziana, caro 43% di giovani disoccupati, per essere fortunati basta volerlo! Altrimenti ci penserà Farinetti a globalizzare anche le torte delle vostre nonne e lasciarvi un decimo della percentuale". Ancora Scanzi: "Ecco: il renzismo è questo. E’ sete di potere, ambizione sfrenata, dilettantismo ai massimi livelli, autoritarismo sbarazzino, slogan e promesse, hashtag e supercazzole. Obbligo alla positività, azzeramento dell’opposizione, arroganza benedetta dall’informazione. Ed è l’elogio acritico e dissennato del “fare”: non importa poi cosa si fa, e se quel che si fa è un orrore antidemocratico persino peggiorativo del già orrendo status quo preesistente".

Appunto: l'elogio acritico e dissennato, l'esaltazione aprioristica e dogmatica, il servilismo elevato a professione, a volte nemmeno ben remunerata. Molti associano il renzismo al berlusconismo, eppure il pregiudicato di Arcore era assai più divisivo mentre Renzi ha conquistato quasi tutti. Non solo: Berlusconi stesso ha sempre provveduto al sostentamento di molti dei suoi lacchè, e questo spiega la loro fedeltà. Ben difficilmente un cane morde la mano del padrone che lo nutre. I renzini vanno oltre il semplice interesse materiale: la loro ruffiana cortigianeria è mera questua al banchetto del Re Sole (più spesso un Re Sola) di turno, nella speranza di arraffarsi qualche brandello di potere. Non più cani ma giullari.

In un paese la cui società resta ancora quella descritta da tante commedie all'italiana, forse chi può descrivere al meglio il renzismo è quella maschera inventata nel 1968 da Paolo Villaggio: Fantozzi. Torna alla mente una celebre scena del secondo capitolo della saga dedicata all'impiegato dell'ufficio sinistri:


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In fondo il renzismo è questo perchè questa, decenni dopo, resta l'Italia: ossequiosa e viscida. Forse un giorno qualcuno troverà il coraggio di ribellarsi alla sua condizione di patetico valletto e si conquisterà i suoi meritati novantadue minuti di applausi:


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Forse accadrà. Nel frattempo è meglio non coltivare illusioni: prepariamoci a molti anni di montaggio analogico.

venerdì 11 luglio 2014

La bufala della "svolta metal" di Vasco e il provincialismo dei media

Salvo alcune lodevoli eccezioni, in Italia l'informazione è fondata sull'adulazione del potente. La sudditanza, più interessata che psicologica, si annida ovunque: politica, economia, sport. E la musica non fa eccezione. Con la data di ieri sera a Milano si è concluso il Live Kom 014, il tour che ha visto Vasco Rossi tornare sul palco ad un anno di distanza dall'ultimo giro di concerti: un trionfo, sia in termini di pubblico che di critica. Tutti, dai telegiornali alla carta stampata - ad eccezione delle riviste di settore che Vasco non se lo filano dai tempi di Bollicine - e naturalmente il web, si sono scatenati in una frenetica gara alla celebrazione del “mito” e della sua "svolta metal", annunciata dal Komandante in persona e scrupolosamente enfatizzata (per non dire glorificata) dai media. La realtà delle cose è un filo diversa. Per questo tour il rocker di Zocca ha assoldato il talentuoso batterista Will Hunt, membro degli Evanescence: una band metal - se si presta ascolto alla vulgata nostrana - che in realtà può apparire tale esclusivamente ad una piccola fan degli One Direction. E' vero che il drumming di Hunt conferisce maggiore vigore alle canzoni di Vasco, soprattutto alle esilissime composizioni senili, ma il metal attuale - per chi lo conosce - è un genere appena diverso da ciò che il Blasco ci propone nell'estate del 2014. La verità è che, batterista a parte, i live di Vasco non sono cambiati quasi di una virgola: un sound tanto rumoroso quanto confuso, tastiere drammaticamente anni '80, assoli di chitarra talmente autocelebrativi da sfiorare l'onanismo. Il tutto supervisionato dal solito Guido Elmi, infaticabile ideatore di arrangiamenti pomposi e beceri. 

Quella di Vasco non sarebbe stata una svolta metal nel 1985, figurarsi a trent'anni di distanza. Si tratta più umanamente del tentativo di camuffare una cronica assenza di ispirazione che perdura da quasi vent'anni (Canzoni per Me, 1998, è l'ultimo album valido) e che si è palesata negli ultimi tempi con una serie di brani da dimenticare: solo alcune cover gli sono riuscite, a parte l'indecente rifacimento di Creep dei Radiohead che grida vendetta. In fondo il signor Rossi non ha bisogno di cambiare: il suo pubblico non è composto da gourmet musicali e la loro idolatria li spinge ad osannare qualunque cosa, dai sempre più squinternati "eeeeh" a boiate pazzesche come L'uomo Più Semplice. Sono il suo esercito e trattano con rispetto, ricambiati, il Komandante. E magari davvero ci credono alla "svolta metal". Forse ci crede perfino il Blasco. Va bene, va bene così. Meno accettabile, a mio avviso, l'atteggiamento dell'informazione musicale (ma non solo quella), volontariamente ridottasi al rango di cassa di risonanza degli addetti stampa: si è persa l'ennesima occasione per smarcarsi e dare prova di obiettività. Provinciali as usual. Come la svolta di Vasco.

mercoledì 9 luglio 2014

I nemici immaginari di Renzi e la sindrome del Meccano



In principio fu la vecchia politica da rottamare. Poi è stato il turno di "professoroni", gufi rosiconi. Ora eccoci arrivati, come li definisce Repubblica, ai “frenatori”(sic). Il povero premier è circondato da nemici, peccato che siano quasi tutti immaginari: "Piaccia o no a chi vuole frenarci, il risultato a casa sulla riforma costituzionale, sulla legge elettorale, sul lavoro, sulla giustizia, noi lo portiamo. Vogliamo troppo bene al paese per lasciarlo a chi dice solo no e disfa i progetti altrui". A meno che Mediorenz non ce l'abbia con Vasco Rossi, è difficile comprendere chi dice no. Non certo il M5S che, per quanto in ritardo, continua a seguire la strada della discussione con i democratici. Sicuramente non i civatiani, più a rischio di estinzione dei koala e altrettanto bellicosi. Quanto ai frondisti di Forza Italia, capeggiati dal poco Augusto Minzolini, Matteo può dormire sonni tranquilli: ci penserà l'amato Silvio a rimetterli in riga. Dunque chi mai saranno queste oscure entità che tramano nell'ombra per demolire i progetti del sempre più adiposo Presidente del Consiglio? I venusiani? I coccodrilli albini? I Transformer? Nichi Vendola? A ben guardare il solo, vero avversario di Renzi è il suo pressapochismo. Si vola veloce ma senza una traiettoria precisa, si detiene un potere conquistato con caparbietà senza avere la minima idea di come maneggiarlo.
E' la sindrome del Meccano. Negli anni d’oro del famoso gioco di creazione di modellini, tutti i bambini lo desideravano ma, quando finalmente tutti i pezzi erano sparpagliati sul pavimento, in molti non riuscivano a costruirci una beata mazza. Tanto meglio allora trovare rifugio nella fantasia e crearsi nuovi amici immaginari. Oppure fingersi temerari cowboys in guerra con con gli apache nelle sterminate praterie del selvaggio west. Ora che ha ottenuto il suo agognato Meccano, Renzi non può rifugiarsi nell'ovattato mondo dei suoi sogni. Faccia i conti con se stesso e, al netto delle sue incapacità, si dia da fare per costruire qualcosa di minimamente funzionante. Possibilmente non un'ambiziosa e macchinosa riforma costituzionale ma qualcosa di più utile, ad esempio un'argine alla disoccupazione dilagante. Giusto per passare dalle promesse ai fatti concreti. Potrebbe trovare nuovi amici - reali - disposti seriamente ad aiutarlo.

martedì 8 luglio 2014

Renzi e il tira e molla con il M5S: l'importante è non deludere Silvio.

"M'han chiesto una stanza
gli ho fatto vedere la meno schifosa,
la numero tre.
Ho messo nel letto i lenzuoli più nuovi
poi come San Pietro gli ho dato le chiavi,
gli ho dato le chiavi di quel paradiso
e ho chiuso la stanza sul loro sorriso".
(Albergo a ore - Herbert Pagani)

Cosa sia accaduto giovedì scorso tra Matteo, Silvio, Gianni e Denis - presente anche il vice di Renzi, Guerini: ma in veste puramente contemplativa - in quella stanza dell'albergo a ore di Piazza Colonna 1 in Roma, nessuno lo può raccontare con sicurezza. Non esistono resoconti filmati, immagini, documenti di alcun tipo, ed è comprensibile: data la natura del ritrovo è legittimo immaginare una sceneggiatura da bollino rosso, roba forte anche per gente adusa ad affrontare le tematiche e le situazioni più scabrose. Certamente i volti sorridenti e appagati sfoggiati dai protagonisti una volta usciti da quella stanza raccontano di un incontro gratificante, almeno per loro. Evidentemente Renzi deve avere regalato a B. una piena rassicurazione: con i 5 Stelle non è vero amore ma mera convenienza. Incontrarli è necessario per mettere a tacere le malelingue, i gufi, i rosiconi e tutti gli altri rompipalle che a vario titolo vorrebbero intromettersi nel loro rapporto di amorevoli sensi. E come sempre accade quando si vogliono tenere i piedi in due letti, occorre districarsi in maniera a volte imprevista, alla giornata: si studiano espedienti più o meno plausibili per bucare gli appuntamenti, si inventano alibi tristanzuoli per alimentare i dissidi, ci si arrabatta il più possibile per rimandare le discussioni, sperando che il tempo e magari la fortuna possano giocare a proprio favore. E' dura la vita per gli amanti clandestini e ciò che suona più ironico è che continuano a vivere di sotterfugi quando ormai tutti sanno del loro rapporto. E in fondo lo approvano.

E così alla fine l'incontro con il M5S ci sarà. Forse. Anzi, no. Però sì. Dopo un tira e molla estenuante, tweet al veleno e dichiarazioni distensive, pare ormai certo che democratici e grillini si incontreranno martedì della prossima settimana. Silvio permettendo. Come era appunto prevedibile, dopo l'incontro tra Mediorenz e il pregiudicato di Arcore in casa Pd hanno fatto di tutto per far saltare l'incontro con i pentastellati in programma per ieri e si sono presi una settimana di tempo in cui può accadere di tutto. L'importante è non deludere Silvio.

giovedì 3 luglio 2014

Renzi a Strasburgo: rassegna stampa da Zerbinolandia

Giornata di festa quella di ieri per l'incantato mondo di Zerbinolandia. L'amatissimo sommo leader Matteo Telemaco Medioman Renzi - affettuosamente ribattezzato dal suo popolo Mediorenz - si è recato in quel di Strasburgo per inaugurare il semestre europeo da lui presieduto. Lo ha fatto con un appassionato discorso che non solo ha incantato i suoi connazionali ma l'Europa tutta: cinquecento milioni di persone sentimentalmente connesse (cit. Francesco Nicodemo) con Mediorenz. Le parole del sommo leader sono state riportate questa mattina da tutti gli organi di stampa della libera e mai ruffiana informazione di Zerbinolandia e i commenti sono stati in generale positivi e privi - come si conviene - di adulatori eccessi.

Novantadue minuti di applausi (cit.) "E' un Matteo Renzi a metà tra l'aulico e il pop, tra la cultura classica e la realtà 2.0, quello che strappa 7 applausi a scena aperta e un lungo, corale applauso finale. [...] Mano in tasca, commosso come ammetterà poi con Bruno Vespa, e nello stesso tempo guascone. Bravissimo a coniare slogan [...] a Bruxelles si presenta in abito blu monopetto e cravatta in tinta, secondo i consigli sul look dispensati niente di meno che da Giorgio Armani. (Alessandra Costante, Il Secolo XIX)

Come Roosevelt? "A Strasburgo Renzi ha fatto un discorso dei suoi: fluido, diretto, poco formale. Ha parlato a braccio, seguendo appena una traccia scritta, per poco più di venti minuti. E in quei venti minuti ha condensato, come sua abitudine, slogan efficaci, proponimenti sensati e immagini suggestive. [...] Il piglio era quello, assertivo e ispirato, tipico del leader vincente che lancia il suo new deal". (Giovanni Sabbatucci, Il Messaggero)

Ce lo chiede Piersilvio. "Era dai tempi di Berlusconi, e della sua lite con Schulz, che non si vedeva un italiano reagire all'arroganza tedesca e dei paesi del nord. [...] Al diavolo il protocollo, fuori i soldi e basta manfrine. [...] Su questo punto la penso esattamente come Piersilvio Berlusconi che l'altra sera, a sorpresa, si è pubblicamente augurato che Renzi ce la faccia a raddrizzare il paese". (Alessandro Orlok Sallusti, Il Giornale)

Analisi letteraria.  "Il Renzi-Telemaco in trasferta a Strasburgo, di fronte al Parlamento europeo appena eletto e al gran completo, non ha deluso. Chi si aspettava, come molte altre volte, un premier con il cappello in mano a elemosinare qualche aiuto per la sua patria sfortunata, si è dovuto ricredere e molto in fretta. Dicono che Renzi abbia steso di persona il suo discorso, senza aiuti. Ed è anche possibile: lo stile era il suo, diretto, immediato. Solo qualche citazione colta, qui e là, giusto per far vedere che in fondo siamo un paese di grande civiltà". (Giuseppe Turani, Quotidiano Nazionale)

Matteo, l'ardimentoso. "E così Matteo Renzi anche stavolta parla a braccio, con il consueto esile canovaccio, guarda a destra e a sinistra con grande sicurezza, gli scappa la solita mano in tasca, che poi cerca di riportare saldamente ad afferrare il leggio come per impedirsi di lasciarla andare, e si muove con massimo agio tra citazioni massime (Aristotele e Dante, Pericle ed Enea, il Colosseo e il Partenone) e citazioni minime. [...] Un colpo da maestro di Matteo-il-comunicatore. Il più giovane premier italiano di sempre che dentro ad una delle istituzioni della vecchia e ingessata Europa, tutta tecnocrazia e cavilli, il regno dei burosauri e dei procedimenti ipercomplicati, ha l’ardire di mettere da parte i richiami all’ortodossia (nel senso letterale di metterli in una carpetta) e di provare a risvegliare il sogno europeo. Dopo l’incubo della crisi, Matteo il nuovo coach dell’Europa è lì a dire che il sogno di una comunità di popoli non si è ancora dissolto". (Elisabetta Gualmini, La Stampa)

Tacete, cinici! "Il discorso di ieri del premier Matteo Renzi a Strasburgo mi ha colpito moltissimo. Non vorrei osservarlo da una prospettiva strettamente politica, e vorrei anche, per una volta, che i cinici di turno - che trovano difetti in tutto e hanno tradotto il sarcasmo in una visione del mondo - tacessero un istante". (Paolo Di Paolo, l'Unità)

E tacciano anche gufi, rosiconi e tutti gli uccellacci guastafeste del magico reame di Zerbinolandia.

martedì 1 luglio 2014

Approvata l'immunità in commissione. Qualcuno si prepari a sciacquarsi la bocca.

Ecco fatto: l'emendamento Finocchiaro/Calderoli, quello che ripristina l'attuale immunità per i futuri senatori, è stato approvato dalla Commissione Affari Costituzionali. "A larga maggioranza", ci tiene a sottolineare il vaporoso ministro delle riforme Maria Beata Elena Boschi: "hanno votato a favore anche Forza Italia, NCD e Lega". Sarebbe stato curioso il contrario, considerando che nel centrodestra il solo pronunciare la parolina "immunità" provoca reazioni appena più contenute di quelle di Jamie Lee Curtis in Un Pesce Di Nome Wanda, quando Kevin Kline la porta all'orgasmo parlandole in spagnolo. E' invece assai singolare che questo emendamento, che a parole quasi tutti schifavano più o meno sdegnati, sia stato votato anche dal Pd: proprio il partito guidato da quel segretario che, al culmine della campagna elettorale, invitava mezzo mondo (ma soprattutto il M5S) a sciacquarsi la bocca prima di parlare di un certo Berlinguer. Già, Enrico Berlinguer: un uomo che considerava la questione morale una cosa seria e non una supercazzola ad uso e consumo delle convenienze del momento. Di certo non ne avrebbe mai fatto oggetto di baratto politico e sicuramente mai e poi mai avrebbe votato e fatto votare una troiata - e non uso un termine a caso - come quella approvata oggi. Sarà bene che Medioman Renzi, se davvero non spara cretinate opportunistiche per dare lustro al suo ego scaracchiante, faccia in modo che quell'emendamento - una volta arrivato in parlamento - non venga votato dai democratici. Altrimenti, per una volta nella sua vita, indossi una faccia sincera e chieda scusa a Berlinguer, alla sua memoria e a chi ancora se emoziona sinceramente al suo ricordo. Non prima di essersi sciacquato la bocca, naturalmente.