lunedì 30 giugno 2014

Renzi: "Non provate un brivido?" Purtroppo sì.

"Non provate un brivido pensando di essere chiamati oggi a realizzare il sogno degli Stati Uniti d'Europa?", domanda Renzi. E il pensiero corre a lui, il Medioman da Rignano, alla sua squinternata squadra governativa e al semestre UE a guida italiana. Corre il pensiero e incontra Sandro Gozi, neo superfluo di Renzi elevato al rango di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, così come il mai rottamato Marco Minniti, quello che un tempo sognava di essere D'Alema: ad ognuno i suoi onanismi. Si invola il pensiero e appare l'eterea visione di Maria Beata Elena Boschi, ex figurina da presepe vivente e ora ministro per le riforme costituzionali, così sveglia e preparata da essere sbugiardata da Roberto Calderoli (Calderoli!) sulla reintroduzione dell'immunità nel nuovo Senato. Un battito d'ali e si incontra Marianna Peppa Pig Madia, sposa mancata del rampollo di Re Giorgio, nominata ministro a sua insaputa: conoscete la barzelletta del responsabile Pd per il lavoro che sbaglia palazzo e parla per venti minuti ininterrotti con il ministro sbagliato? Non è una barzelletta, è accaduto sul serio. A chi? Alla Madia, of course. Si libra il pensiero, si imbatte in Ancellino Alfano e capisce di trovarsi pericolosamente rasoterra, tanto da rischiare l'impatto con il ministro della difesa Roberta Pinotti e alla sua idea da videogame degli F35 ("Sono cacciabombardieri che possono difendere le truppe a terra e abbattere i missili". Sic). Stanco, sconsolato e ormai strisciante, il pensiero si imbatte in Beatrice Lorenzin, messa a capo del ministero della salute in base a non si sa quali competenze, per poi inabissarsi definitivamente nella selva di viceministri e sottosegretari non propriamente presentabili: Francesca Barracciu, Umberto Del Basso De Caro, Riccardo Nencini, Giuseppe Castiglione. Poi l'oblio. "Non provate un brivido"? Sì.

giovedì 26 giugno 2014

Il calcio italiano al disastro. Troppi stranieri: serve una terapia d'urto, come nel 1966

A pensarci oggi pare impossibile, eppure c'è stato un tempo in cui i calciatori stranieri non calcavano le scene dei nostri campionati. Nel secondo dopoguerra, alla ripresa dei campionati mondiali di calcio (sospesi dal 1938, anno del secondo titolo azzurro) l'Italia riuscì ad inanellare una disastrosa serie di insuccessi: fuori al primo turno nel 1950, 1954 e 1962, addirittura non qualificata alla fase finale del 1958 giocata in Svezia. Il vertice della catastrofe lo si raggiunse al mondiale inglese del 1966: il 19 luglio di quell'anno la nazionale di Albertosi, Facchetti, Mazzola e Rivera fu rispedita in patria alla fine del primo turno dal nordcoreano Pak Doo Ik. Dopo sedici anni di fallimenti totali era necessaria una terapia d'urto per il moribondo calcio patrio e la ricetta ideata dalla FIGC fu tanto drastica quanto discussa: chiusura totale del mercato agli atleti stranieri, accusati di indurre le società a non investire adeguatamente nei vivai nostrani. L'embargo durò fino al 1980, quattordici anni durante i quali   gli azzurri conquistarono un leggendario secondo posto in Messico nel 1970, la quarta posizione ai mondiali argentini del 1978 e la vittoria agli europei del 1968. Quando agli albori di quel nuovo decennio la Federazione decise di riaprire le porte al mercato estero, si ripartì con estrema cautela: un solo giocatore per squadra e solo nel massimo campionato. La prima ondata di atleti stranieri portò sui nostri campi da gioco alcuni grandi talenti come Liam Brady (Juventus), Daniel Bertoni (Fiorentina) e il romanista Paulo Roberto Falcao ma pure memorabili bidoni: da ricordare (ma anche no) Luis Silvio Danuello della Pistoiese, Fortunato del Perugia ed il triste Eneas del Bologna, attaccante di micidiale inettitudine, talmente mediocre da far brillare il compagno di reparto, l'altrettanto scarso Salvatore Garritano. Preistoria: sedici giocatori stranieri, il 5,2% del totale della serie A di allora. Dopo venticinque anni si sarebbe toccato il 30% per arrivare a sfiorare l'attuale 55%. La pluridecorata Spagna è arrivata al massimo al 39% ed i club iberici di maggiore successo restano quelli che hanno saputo affiancare ai campioni esteri pattuglie di giovani cresciuti nelle loro formazioni giovanili. La smodata quantità di calciatori stranieri mortifica, non da oggi, quello che resta dei grandi vivai italiani: i talenti che crescono nelle nostre società sono sempre meno e i pochi che riescono a farsi strada sui nostri campi sono sempre meno e sempre più spesso ci vengono soffiati dalla concorrenza europea. E' esemplare il caso di Marco Verratti, uno dei pochi azzurri che può tornare a casa a testa alta dopo la figuraccia appena rimediata in Brasile dal team di Prandelli: cresciuto nelle giovanili del Pescara, ha militato per quattro anni nella prima squadra del club abruzzese prima di essere ceduto al Paris Saint-Germain dove ha già vinto un campionato e la supercoppa di lega. E' chiaro che nel 2014 l'idea di chiudere nuovamente le frontiere del football è impensabile; d'altra parte è altrettanto evidente che allo stato attuale questa situazione non sta facendo bene a nessuno: non solo alla nazionale ma agli stessi club, ormai incapaci di affermarsi nelle competizioni europee. I nuovi vertici della FIGC dovranno guardare in faccia la realtà e prendere provvedimenti concreti in merito: sarebbe necessaria la stessa risolutezza del 1966 applicata al mondo del pallone contemporaneo. E qui la domanda sorge spontanea: quale forza ha oggi la Federcalcio per cambiare concretamente le cose?

martedì 24 giugno 2014

Mille giorni di supercazzole

Matteo Renzi ha parlato alla Camera e, tra un antani e un posterdati, ha annunciato un nuovo pacchetto di riforme. I pacchi: come li annuncia lui, nessuno. Ha perfino fornito un preciso orizzonte temporale nel quale inserire i prossimi provvedimenti del governo: dal primo settembre 2014 al 28 maggio 2017. Sarà un sabato, si consiglia vivamente di non prendere impegni per quella data che si preannuncia memorabile. Mille giorni esatti durante i quali l'ardimentoso Medioman da Pontassieve intende "cambiare il paese" per "riportare l'Italia a fare l'Italia". In realtà in ambito politico l'Italia sta già facendo l'Italia nella maniera che meglio le riesce, ovvero restando al palo. Immobile, come un semaforo (cit). Quali siano i contenuti del mirabolante impegno triennale renzino al momento resta un mistero: "Il calendario completo sarà pronto entro la fine dell'estate". Come il programma della sagra del borlengo di Camugnano. Si tratterà comunque di riforme corpose, che l'Italia discuterà in Europa "con grande determinazione e convinzione". E in effetti uno sguardo da triglia severamente ottusa come quello del ministro Marianna Madia che altro evoca se non impavida risolutezza? In poche parole è giunta l'ora di cambiare registro, che se fino ad ora non siamo stati protagonisti del processo europeo è perchè "ci è mancata non l'autorevolezza ma l'autostima". Insomma, non ci siamo coccolati abbastanza, se ci ritroviamo in queste condizioni è per colpa di un persistente deficit di effusioni. Altro che congiunture internazionali e problemi strutturali. Il discorso del Presidente del Consiglio, osannato dalla maggioranza, sarà certamente ripreso dall'informazione con il consueto equilibrio che contraddistingue le sirene governative. Lo stesso Renzi mantiene un basso profilo: avrebbe voluto recitare il celebre monologo di Calvero/Chaplin in Luci Della Ribalta ma i consulenti d'immagine gli hanno consigliato di tenerlo in serbo per l'autunno, quando l'audience sarà più alta. Saranno mille meravigliosi giorni di indimenticabili supercazzole. Buon divertimento.

lunedì 23 giugno 2014

Il balletto dell'immunità

Cerchiamo di vederci chiaro: un emendamento firmato Anna Finocchiaro (Pd) e Roberto Calderoli (Lega Nord) reintroduce di fatto l'immunità per quei sindaci che dovrebbero entrare a far parte del nuovo Senato e provoca, oltre a una spaccatura interna al Partito Democratico, una levata di scudi da parte del M5S e di quella poca informazione non ancora azzerbinata al renzismo. Passano le ore e, tra le fila del Governo e dei democratici cresce l'imbarazzo. Il ministro per le riforme Boschi si affretta a precisare che "non è una questione centrale" ma in ogni caso "se ne può discutere". Il portavoce della segreteria democratica Lorenzo Guerini riconosce che "i rilievi di Civati hanno una loro dignità" e comunque "nel dibattito parlamentare si approfondirà la questione". In sostanza dice le stesse cose della Boschi, cioè nulla. In un'intervista al Corriere, Debora Serracchiani confessa candidamente: "Non mi sono fatta un'opinione". Un peto di Gianfranco D'Angelo avrebbe avuto maggiore spessore politico di questa dichiarazione; naturalmente il fatto che la Serracchiani sia vicesegretario Pd e presidente della Regione Friuli è un dettaglio trascurabile. Roberto Speranza, giovane anziano mai sfiorato dalla sagacia, si accoda - verosimilmente senza troppo sforzo - alla linea vacua della Boschi: "Non mi sembra un problema centrale nella strada verso le riforme. E’ giusto che il Senato approfondisca. Dipende dalle funzioni che devono avere i senatori". Cioè, ci sono funzioni che possono giustificare la loro immunità a richieste di arresto e intercettazioni? Sarebbe interessante domandare a Speranza quali potrebbero essere. Tra gli alleati di maggioranza uno dei pochi a parlare è il ministro Lupi. Provate a indovinare cosa dichiara? "Ne discuteremo a Palazzo Madama, ma l'importante è fare le riforme. Il tema dell'immunità non è centrale". Sorpresi, vero?

 Insomma, questa immunità nessuno pare volerla veramente e non sarebbe un aspetto importante della riforma del Senato. Eppure sta lì, nessuno dice apertamente di volerla ma allo stesso tempo nessuno spinge per eliminarla dal testo che intanto procede nel suo iter con il pieno accordo - suggellato da un documento ufficiale - tra maggioranza e Forza Italia. Nel mentre gli italiani continuano ad attendere che il Governo del #cambiaverso si affretti a fare qualcosa per risolvere alcune bagatelle come la disoccupazione e la crisi economica. Temi certamente meno appassionanti per gli Speranza e le Boschi, troppo impegnati a immaginarsi illuminati statisti, ma piuttosto importanti per i cittadini. Addirittura vitali, pensa un po'.

venerdì 20 giugno 2014

Il M5S? Troppo immacolato per fare le riforme

Maria Beata Elena Boschi: "Siamo interessati a vedere le proposte dei 5 Stelle, ma sulla legge elettorale si parte dall'Italicum e ogni modifica dovrà essere approvata da Forza Italia". Cioè da Berlusconi. Niente di nuovo sotto il sole, ormai lo hanno capito perfino i Sorgi: Renzi vuole fare le riforme con un pregiudicato interdetto dai pubblici uffici e costretto ai lavori socialmente utili, il leader di un partito fondato nel 1994 con l'aiuto di Marcello Dell'Ultri, novello ex-latitante condannato in via definitiva il 9 maggio scorso per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.  "Esiste un accordo", prosegue la Boschi, "fra le forze di maggioranza e FI ed eventuali modifiche saranno prese in considerazione solo se ci sarà condivisione con chi ha già contribuito a questo percorso". La "forza" di maggioranza, nello specifico, sarebbe quel consesso di viole del pensiero che è il Nuovo Centrodestra: il percorso di condivisione sarà verosimilmente discusso durante le ore d'aria a San Vittore e sarà ratificato dagli esponenti ancora a piede libero, Ancellino Alfano e Beatrice Lorenzin. I due certamente non si lasceranno influenzare dal debito di riconoscenza nei confronti di Matteo da Rignano che continua a lasciarli giocare a "facciamo finta che siamo ministri". Quelli del M5S arrivano tardi, si sono bullati per oltre un anno, in parlamento fanno sistematicamente arrabbiare Lady Boldrini, salgono sui tetti, rompono i coglioni con la legalità e le richieste di arresto per i Genovese. Ma soprattutto hanno tutti la fedina penale immacolata: mica pretenderanno di riformare la Costituzione con una simile credenziale, caspita. Cominciassero anche loro a delinquere allora potrebbero presentarsi come interlocutori referenziati, ma occorre tempo: non ci si improvvisa mascalzoni in una settimana, occorre un serio tirocinio. E il tempo manca, il treno del cambiamento ormai è in marcia e, come sostiene sempre la Boschi, "è impensabile dopo mesi di lavoro ricominciare da capo, non sarebbe serio sia nei confronti dei parlamentari che nei confronti dei cittadini che hanno scelto un modello e lo hanno confermato con il voto di maggio". E' una questione di serietà, insomma: non si può tradire la fiducia di quei deputati e senatori che occupano il loro scranno in virtù di una legge elettorale dichiarata incostituzionale. Per non parlare degli elettori italiani che, convinti di votare per le elezioni europee, hanno scelto a loro insaputa di sostenere il novantellum. Va bene prenderli sistematicamente per il culo ma perdinci, facciamolo da persone serie.

giovedì 19 giugno 2014

Simona Bonafè, Quasimodo e la cultura un tanto al chilo.


A scanso di equivoci: questo cinguettio non è uno scherzo, è stato realmente pubblicato da Simona Bonafè sul suo profilo Twitter in occasione della prima prova degli esami di maturità. La miss preferenze del Pd alle ultime europee avvertiva l'impellente urgenza di dire la sua in proposito e probabilmente sperava di accattivarsi qualche simpatia giovanile: non si è trattenuta e, tradita dalla fretta ma soprattutto da un'avvilente ignoranza, ha scodellato un tweet talmente maldestro da far rosicare la regina delle gaffes Pina Ciriaca Picierno. Salvatore Quasimodo: colui che negli anni '60, dalle pagine del settimanale Tempo, esortava i giovani a non farsi omologare e stritolare dalle logiche del consumismo, a diffidare dei profeti improvvisati, a interrogarsi sul vero significato della parola progresso. Non c'è che dire, l'archetipo della twitstar: chi non se lo immagina, tra un caffè con Elio Vittorini e una riunione con Zavattini, ammazzare il tempo discettando su #Facebookdown o #Shazam in centoquaranta spassosi, ermetici caratteri? Lassù nell'olimpo di Twitter, impegnato in una lotta all'ultimo follower con Insopportabile e Bonnie La Cozza. Che un Nobel per la letteratura mica te lo danno perchè hai messo insieme due poesie, piuttosto pallosette oltretutto.

Anche questo è il renzismo, col suo compiaciuto contorno di inconsistenti galoppini. Nel film Aprile uno sconsolato Nanni Moretti accusava la sinistra della sua generazione di essersi formata culturalmente passando le ore in sezione a guardare Fonzie e Happy Days. Bei tempi. Una parte della generazione di Renzi e Bonafè che si autoproclama, non si sa a quale titolo, di sinistra è cresciuta con Beverly Hills 90210 e le canzoni degli 883, acclama Lorenzo Jovanotti quale maestro di pensiero, vede in Laura Pausini l'erede di Mina, elegge Fabio Volo a filosofo del nuovo millennio e allo stesso tempo detesta i "professoroni", quelli come Zagrebelsky o Rodotà, fieramente sbertucciati da Sua Vacuità Maria Beata Elena Boschi. E consegna a Quasimodo la palma postuma di twitstar, confondendolo probabilmente col protagonista di Notre-Dame de Paris. Il musical, naturalmente. Qual è la differenza coi tunnel gelminiani? Nessuna. "C'è profonda sintonia con Berlusconi", rivendicava orgogliosamente Renzi lo scorso gennaio mentre rasserenava Enrico Letta affilando il coltello con cui lo avrebbe pugnalato. Non parlava soltanto di riforme, le affinità sono più profonde e posano le loro incerte fondamenta sulla totale assenza di solidi riferimenti culturali e quindi politici. Il pantheon renziano è iperinclusivo: da Mandela ai Righeira tutti possono trovarvi posto ma nessuno lo abita stabilmente. Sono modelli che vanno e vengono a seconda delle opportunità, un pret-à-porter delle idee. Il renzismo vive di citazioni, di Wikipedia, è nozionistica un tanto al chilo buttata alla rinfusa nel carrello della spesa tanto caro al boy da Pontassieve. E la politica diventa slide, tweet, post. Torna alla mente il testo di una canzone del 2006 di Ivano Fossati, Il Battito: "Senza studiare, senza fiatare, basta intuire che è anche troppo. Colpo d'occhio è quello che ci vuole, uno sguardo rapido. Il nostro suono è un battito". Oggi, giugno 2014, abbiamo Renzi, i renzini, il loro sguardo rapido. E miope.

martedì 17 giugno 2014

Carlo Lissi e il desiderio di giustizia sommaria: sangue su sangue, orrore su orrore

Carlo Lissi. C'è chi vorrebbe farlo a pezzi per poterlo sciogliere più agevolmente nell'acido, chi invoca la morte non solo sua ma pure quella del fratello reo di portare un cognome che deve scomparire dalla faccia della terra. Chi vorrebbe lasciare il lavoro sporco ai suoi futuri compagni ergastolani, che tanto se sono già in cella un motivo ci deve essere. Delitto più o delitto meno. Chi scrive queste amene schifezze non ha nemmeno l'alibi del raptus: è gente "normale" che, accomodata davanti al proprio smartphone, decide di dare libero sfogo al proprio desiderio di vedere lavato nel sangue il troppo inutile sangue già versato. Giudici e boia da tastiera, linciaggio da poltrona: a volte sincero, altre legato alla smania di ottenere un paio di "mi piace" o di followers in più. Non è già abbastanza sconvolgente di suo la mattanza di Motta Visconti? Servono davvero i forconi e il cieco furore della giustizia fai da te invocata con voce rabbiosa? E' anzi quando ci si trova faccia a faccia con abissi morali come quelli in cui è sprofondato Lissi che la rinuncia alla pena di morte (che in Italia - salvo una reintroduzione guarda caso in epoca fascista - data 1889) palesa il suo pieno valore: quando davanti al più efferato dei crimini una nazione e il suo popolo comprendono che è necessario essere capaci di andare oltre al desiderio di vendetta sommaria. Anche quando sembra impossibile. Soprattutto quando sembra impossibile.

domenica 15 giugno 2014

Grillo, Renzi, la legge elettorale: la prima vera mossa politica del M5S. In attesa delle prossime.

La decisione di andare a vedere le carte di Renzi in tema di legge elettorale è il primo atto strettamente politico del M5S. Ed è una buona notizia. Alla vigilia del suo incontro col pregiudicato in prestito a Cesano Boscone, Renzi viene messo all'angolo. Se le sue carte sono truccate - e quasi certamente lo sono - questa è la giocata migliore per andare a scoprire il suo bluff. Tra i militanti del Pd serpeggia una comprensibile inquietudine: in fondo sono i primi a sapere chi è realmente Renzi. Molti lo sostengono perchè non ci sono alternative, credere nel Pinocchio da Rignano è tutto un altro paio di maniche che ben pochi, ad eccezione di paggi ed ancelle, sono disposti ad indossare a cuor leggero. Il pressing grillino costringe Renzi ad abbandonare l'ovattato mondo delle televendite per calarsi nell'assai meno amena realtà del confronto politico: chi è pronto a scommetere che il passaggio sarà indolore?
I democratici chiedono che l'eventuale discussione sia trasmessa in diretta: "non è necessario", ribatte Di Maio. Infatti non è necessaria, è doverosa: avete voluto lo streaming? Che streaming sia. E che sia discussione vera, non lo sdegnato e imbarazzante soliloquio della Lombardi davanti a Bersani o l'inutile faccia a faccia tra Grillo e Renzi (che non era esattamente ciò che si aspettavano gli elettori del movimento quando votarono il sì al confronto). Grillo e Casaleggio hanno capito che è finito il tempo dell'opposizione a prescindere: è giunto il momento della discussione serrata e senza sconti. La prima mossa è azzeccata, ora bisogna fare attenzione a non sbagliare le prossime.

venerdì 13 giugno 2014

L'alleanza Farage-Grillo: gli ultras sono felici, gli elettori un po' meno.

L'esito della consultazione pentastellata per decidere a chi accompagnarsi nel Parlamento Europeo era scontato: la scelta è caduta su Ukip di Nigel Farage. Dopo due settimane di bombardamento sul blog di Beppe Grillo a favore del leader inglese le cose non avrebbero potuto andare diversamente. Circa 23000 iscritti hanno scelto questa soluzione: si tratta di meno di un terzo degli aventi diritto al voto online e dello 0,4% degli elettori che hanno votato il Movimento il 25 maggio scorso. Questi numeri evidenziano un problema che Grillo e Casaleggio prima o poi dovranno affrontare: la democrazia della rete è una bella suggestione ma non è realmente rappresentativa e presta il fianco a critiche e facili ironie. Inoltre sul web si concentra in buona parte quell'elettorato talebano che in realtà non sceglie ma segue pedissequamente le direttive - più o meno esplicite - che ogni giorno Grillo impartisce dal suo blog. Ultras che hanno votato Farage così come avrebbero fatto per Ciccio Pasticcio o Paperoga, se gli fossero stati presentati quali fini pensatori. 




Continuare a raccontare e raccontarsi che Ukip non è un partito xenofobo, razzista e omofobo significa negare l'evidenza. "Tutte balle, dentro al partito di Farage ci sono anche musulmani, indiani, pakistani", argomentano piccati i talebani a chi osa discutere la futura alleanza: è vero, ci sono. E nella Lega c'è un sindaco di colore. Questo fa di Salvini e Borghezio i nuovi Nelson Mandela e Stephen Biko? Le foglie di fico fanno comodo a tutti. Conviene raccontare la realtà per quello che è: in Europa la permanenza nel gruppo misto significa l'oblio parlamentare e il M5S, giustamente, non vuole andare a Strasburgo per essere ininfluente. Grillo ha scelto Farage, per svariati e discutibili motivi. I verdi non sono mai stati presi seriamente in considerazione - anche per loro volontà - tant'è che non erano nemmeno inclusi come opzione nelle votazioni. Si sarebbe potuto cercare un avvicinamento più convinto nei loro confronti, perlomeno per costringerli a scoprire le carte e stabilire senza ombra alcuna che la responsabilità della mancata alleanza era tutta loro. Così i dubbi rimangono. Grillo ha promesso un'alleanza non vincolante nei confronti di Ukip, i prossimi mesi ci diranno se le cose stanno davvero così. Con questa alleanza il Movimento si è sicuramente già alienato diversi consensi: qualora il M5S dovesse adeguarsi alle logiche xenofobe e antistoriche del partito inglese, l'emoraggia di consensi sarà pesante e insanabile. E non si tratta di ultras che cliccano il loro consenso in rete ma di gente che il suo giudizio lo esprime nel momento veramente cruciale: alle elezioni.

giovedì 12 giugno 2014

Caso Mineo: Costituzione e coscienza, i giocattoli di Mattel Renzi

Tanto tuonò che piovve: Corradino Mineo (e con lui Vannino Chiti) è stato cacciato dalla Commissione Affari Costituzionali, reo di avere messo in discussione la riforma del Senato fortemente voluta (a parole) dal suo partito. Niente editti bulgari: questa volta l'ordine è arrivato nientemeno che dalla Cina, rinomata culla della democrazia e delle libertà civili. Direttamente da Pechino, l'indomito premier Matteo Renzi ha informato l'italico popolo delle sue risoluzioni con questo fiero e maschio comunicato: "Non molliamo di un centimetro. Non lasciamo a nessuno il diritto di veto. Conta molto di più il voto degli italiani che il veto di qualche politico che vuole bloccare le riforme. E siccome conta di più il voto degli italiani, vi garantisco che andremo avanti a testa alta". Indietro non si torna. Noi tireremo dritto. Marceremo a passo sicuro e romano verso mete infallibili. Chi non è con noi è contro di noi. Spezzeremo le reni a Civati.

Sprezzante del nemico e della sintassi, Renzi nel messaggio ha ribadito il concetto che più gli sta a cuore: conta di più il voto degli italiani. Non risulta però chiaro quand'è che i cittadini avrebbero votato per chiedere una riforma del Senato. Certamente non nel 2013 (dove oltretutto si è votato con una legge elettorale dichiarata poi incostituzionale), quando la preoccupazione principale delle persone era quella di una ripartenza dell'occupazione, dell'economia e alla politica si chiedevano risposte chiare e fatti concreti riguardo a questi problemi. E nemmeno il 25 maggio scorso, quando ci si è recati alle urne per eleggere il nuovo Parlamento Europeo. Renzi, novello Don Raffaè, vorrebbe spiegare agli italiani ciò che pensano ma sa benissimo che ciò che conta davvero sono i voti in commissione e nelle aule parlamentari. E così silura chi non è allineato, gente come Mineo e Chiti che in realtà non volevano porre alcun veto ma discutere una riforma che li vedeva dubbiosi (dubbi sacrosanti, considerando che il tavolo della riforma è stato apparecchiato dai noti statisti Maria Beata Elena Boschi e Denis Verdini). Li caccia e poi si nasconde dietro al comodo paravento di una inesistente volontà popolare, nemmeno ha il coraggio di assumersi la personale responsabilità dell'epurazione. Tutto questo in barba all'articolo 67 della Costituzione, tanto conciso quanto chiaro: "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato". I parlamentari insomma devono rispondere alla loro coscienza, non agli ordini di scuderia e nemmeno al mandato conferitogli dagli elettori (che possono essere, e lo si sa bene, anche potentati locali di varia natura ai quali il parlamentare, che opera nell'interesse dell'intero paese, non deve rendere conto).


Fonte: nonciclopedia.it
Coscienza, Costituzione: nelle mani del re e dei suoi valletti diventano dilettevoli giocattoli  fino a quando sono utili ai loro scopi. Quando il sire non si diverte più si trasformano in polverose cianfrusaglie che possono essere buttate in un angolo con sfrontato disprezzo. Questo è Mattel Renzi: un semianalfabeta delle regole democratiche, qualunquista e arrogante. Un po' Berlusconi e un po' Craxi, altro che nuova Dc. Un uomo che considera il potere un balocco personale, strumento di rivalsa e di prevaricazione. Forse per questo piace tanto agli italiani. Fino a quando il giocattolo non si romperà.

mercoledì 11 giugno 2014

Una partita al giorno per dimenticare una riforma al mese

"La piattaforma di governo prevede entro il mese di febbraio un lavoro urgente sulle riforme costituzionali ed elettorali e subito dopo a marzo immediatamente il lavoro, ad aprile la riforma della pubblica amministrazione, e a maggio il fisco". E' il 17 febbraio: Matteo Renzi, che ha appena ricevuto da Sua Maestà Re Giorgio l'incarico di formare un nuovo governo, dimostra, perlomeno a parole, di avere le idee chiare. Un programma di riforme chiaro, essenziale e soprattutto rapido. Si sente vigoroso e invincibile il boy da Rignano, lo testimonia un gagliardo cinguettio pubblicato su Twitter quello stesso giorno:



I mesi successivi hanno confermato che le pile di Matteo erano effettivamente cariche. Il problema è che cotanta energia è stata spesa più per vincere le elezioni europee che per rendere tangibili quelli che in buona parte, allo stato attuale, restano annunci. Renzi, che di certo non è uno sprovveduto (anche se ama esserne circondato), sa bene che le promesse abbagliano la maggioranza delle persone mentre gli atti concreti scontano un'inevitabile strascico di critiche, delusioni e - non di rado - incazzature; gli stessi 80 euro, pur essendosi rivelati una mossa indubbiamente azzeccata, hanno creato scontento in quelle fasce della popolazione che non hanno potuto giovare di tale provvedimento. A ormai tre settimane da un voto che ha visto il Pd trionfare con una percentuale nemmeno sognata e certamente irripetibile, il governo porta avanti quello che è stato il refrain dei suoi primi cento giorni: navigare a vista, gettando ami di promesse, supercazzole e irrazionale ottimismo. Il renzismo, come è già stato per il berlusconismo, prospera grazie ad un clima da campagna elettorale perenne: vive dunque di illusioni, di sorrisi, di piacenti (dicono) ancelle che si danno in pasto all'informazione parlando di un'Europa dei sogni che ci promuove a pieni voti (Pina Ciriaca Picierno. Sic), di politica del dolce forno (sempre la Picierno. Doppio sic), di un futuro in cui si possa "mettere fine per sempre alla corruzione" (Alessandra Moretti alle selezioni di Miss Italia. Anzi, no: all'Ansa. Triplo sic).

Certo a favore di Renzi gioca la scarsa memoria degli italiani che delle promesse già si sono dimenticati. In suo aiuto accorre pure il dio pallone che aiuterà a perdere nell'oblio tutte quelle parole spese per illudere i cittadini e di cui quasi nessuno gli chiede conto. Non solo: se l'Italia dovesse ottenere un buon risultato, Matteo saprà cavalcare l'onda del successo pallonaro dal quale potrà attingere nuove metafore per raccontarci dell'Italia che riparte, che combatte e che vince anche le sfide più improbe. Una partita al giorno per dimenticare una riforma al mese. In attesa dell'autunno.

venerdì 6 giugno 2014

Il caso Orsoni-Pd: garantismo e bianchetto.

Nel post pubblicato ieri parlavo dell'improvviso voltafaccia del Pd nei confronti del sindaco di Venezia (ora sospeso) Giorgio Orsoni, arrestato con l'accusa di finanziamento illecito nell'ambito dell'inchiesta sul Mose. Lo scaricabarile nei confronti del primo cittadino lagunare prosegue e oggi ha interessato il sito web del Partito Democratico, sottoposto ad un'operazione di maquillage tanto frettolosa quanto maldestra: la pagina dedicata alla presentazione di Orsoni ha infatti subito una sottile ma tangibile modifica. Giochiamo a trova la differenza.


Alla luce degli accadimenti a qualcuno quel "buone mani" deve essere parso quantomeno inopportuno, così si è deciso di passare una bella mano di bianchetto e chi si è visto si è visto. Perchè si fa presto a dire che vige la presunzione d'innocenza: la gente legge, giudica, ironizza. E allora serve concretezza e anche un pizzico di cinismo in attesa di tempi migliori: grazie a Renzi presto ci prenderemo tutti per mano cantando in coro A Change Is Gonna Come di Sam Cooke. Ma quel giorno non è oggi; ora il garantismo è un orpello buono per quei pochi giorni senza scandali, quando si va da Bruno Vespa a fare le anime belle e ci si sente tutti buoni, immacolati e democratici.

La comunicazione Pd (anche il sito web) è già da alcuni mesi in mano ai renziani, a partire dal responsabile Francesco Nicodemo, classe 1978. Tutta gente giovane, come richiede la metamorfosi giovanilista imposta dal Presidente del Consiglio. Ma non c'è nulla di nuovo nello sbandierare promesse di cambiamento e pulizia mentre si nasconde la polvere sotto il tappeto. Un peccato veniale, obietterà qualcuno: certo, una minuzia. Ma se questo è l'atteggiamento di fronte alle sciocchezze cosa ci si può aspettare per le questioni più rilevanti? Nulla di buono se questo è l'inizio.

giovedì 5 giugno 2014

Inchiesta Mose: quando il Pd con Orsoni si sentiva in buone mani


Mentre il silenzio di Matteo Renzi sull'inchiesta Mose si fa sempre più assordante (sarà forse impegnato a preparare qualche slide sul tema?), nel Partito Democratico è cominciato lo scaricabarile nei confronti di Giorgio Orsoni, il sindaco di Venezia arrestato con l'accusa di finanziamento illecito. Luca Lotti - uno dei più zelanti paggi renzini nonché sottosegretario alla presidenza del consiglio - si è premurato di puntualizzare che "il sindaco Orsoni non è iscritto al Pd, non ha tessera". Con i democratici, insomma, non ha nulla a che fare: una presa di distanze che suona come una mezza condanna, e tanti saluti alla presunzione d'innocenza. Garantisti con qualche se e diversi ma.

Nessuno dubita delle parole di Lotti, sicuramente Orsoni non aveva alcuna tessera. Allo stesso tempo però, come testimonia questa pagina del sito democratico dedicata proprio al primo cittadino serenissimo,  non era nemmeno considerato un oggetto estraneo. 



Pur non essendo iscritto nel Pd lo si considerava parte del proprio organico, tanto da dedicargli una presentazione sul proprio sito web. Non solo, con Orsoni ci si sentiva in "buone mani". La solita perspicacia piddina: la pagina fu probabilmente curata da Piero il Lungimirante Fassino in persona.

D'altra parte, pur non essendo ufficialmente parte dei democratici, nel 2010 Orsoni corse alle primarie del partito e le vinse, diventando formalmente il candidato della coalizione di centrosinistra capeggiata dal Pd. Carta, anzi web, canta:



Sì, volevano proprio lui. Perchè si sentivano in buone mani. E oggi lo mollano in balia dell'acqua alta così, come se fosse uno sconosciuto diventato sindaco a loro insaputa. Come un Greganti qualunque che va in sezione a farsi tesserare. E' proprio vero: quando ha mangiato la biada, l'asino tira calci al corbello.

mercoledì 4 giugno 2014

Mose e tangenti: da Piero il Lungimirante a Pina Ciriaca, le prime reazioni politiche

Si registrano le prime reazioni del mondo politico all'inchiesta Mose che ha visto scattare le manette per 35 persone, tra cui il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni (Pd), e la richiesta di arresto per Giancarlo Galan, già Presidente della Regione Veneto, Ministro per le Politiche Agricole e attualmente parlamentare di Forza Italia.


Daniele Capezzone mette le mani avanti: "Vale per Orsoni e per Galan, per gli avversari e per gli amici. Valga sempre la  presunzione di innocenza". Il problema è distinguere gli avversari dagli amici.

Alfano: "Alcune forze politiche hanno avuto il privilegio di subire gli arresti dopo il voto. In questo la Procura di Venezia è stata molto corretta". Insomma, il problema per Angelino non è tanto l'esondante corruttela che ha travolto l'affare Mose ma i tempi scelti dalla giustizia per mettersi in moto. Analisi di sconfortante superficialità, ma in fondo lui è solo Ministro dell'Interno.

Piero Fassino, detto Il Lungimirante: "Chiunque conosca Giorgio Orsoni e la sua storia personale e professionale, non può dubitare della sua correttezza e della sua onestà". Ad Orsoni conviene toccare ferro (e non solo): le divinazioni di Fassino vengono puntualmente smentite dalla realtà. Il suo vaticinio più noto resta quello sul M5S nel luglio 2009: "Dato che Beppe Grillo vuole fare politica, fondi un partito, metta in piedi un'organizzazione e si presenti alle elezioni: vediamo quanti voti prende".

Daniela Santanchè: "Troppi mostri vengono sbattuti in prima pagina". E qui non si capisce se si riferisce a Galan e Orsoni o agli editoriali del suo compagno Alessandro Sallusti.

Dario Nardella: "Non posso dire nulla sulla vicenda del Mose, sul mio collega Orsoni, perché non conosco in dettaglio la questione; posso dire solo che certamente i sindaci sono continuamente esposti, per un lavoro quotidiano difficile, in prima linea, che spesso comporta anche pesanti responsabilità". Difficile prevedere come il neosindaco di Firenze governerà la città; certamente i fiorentini hanno trovato un degno epigono del verbo supercazzolaro di Renzi.

Alessandra Moretti: "Dobbiamo avere il coraggio di caricarci sulle spalle nuove regole che mettano fine per sempre alla corruzione". E già che ci siamo eliminiamo per sempre le guerre, le carestie, la fame nel mondo e le doppie punte.

Pina Ciriaca Picierno: "Il Parlamento deve fare la sua parte accompagnando il lavoro dell'Autorità con strumenti legislativi mirati, penso alla modifica della normativa sugli appalti pubblici e alla reintroduzione del falso in bilancio". Qualcuno avverta Giuseppina Picierno che proprio in queste ore in Senato si discute il rinvio di un mese per i lavori sul ddl anticorruzione in Commissione Giustizia.

Matteo Renzi: non pervenuto. Fonti vicine al Presidente del Consiglio rivelano che si sta decidendo in questi minuti se riciclare una supercazzola relativa a Expo 2015 o se scodellarne una nuova di zecca.

martedì 3 giugno 2014

Pina Picierno: la donna che cinguettava agli allocchi

E' un dato di fatto: Pina Ciriaca Picierno detesta i gufi. Cosa le abbiano fatto questi simpatici pennuti notturni - peraltro elementi fondamentali della catena alimentare - non è dato saperlo: verosimilmente nulla, forse non ne ha nemmeno mai visto uno in carne e ossa. Ma poco importa, è Matteo che lo chiede e allora dagli ai gufi. Preferisce altri volatili, Ciriaca: per esempio gli allocchi. Ovvero gli italiani secondo quella che pare essere l'opinione che la Picierno ha dei suoi concittadini, come testimonia un cinguettio postato ieri su twitter come commento al documento del Consiglio UE, contenente le raccomandazioni per l'Italia in materia economica, fiscale e sociale.




Piena fiducia al Governo, scrive Pina: promossi a pieni voti. Alla faccia dei gufi invidiosi e iettatori. Chiudessero la bocca una volta per tutte questi fastidiosi uccellacci del malaugurio che si permettono di rabbuiare il festante cicaleccio di fantesche e valletti renzini. E in effetti, leggendo con attenzione le nove pagine del documento, non ci si può che entusiasmare per l'evidente ed incondizionato sostegno di Bruxelles alle politiche del governo: passaggi quali "servono sforzi aggiuntivi, anche nel 2014, per rispettare i requisiti del Patto di stabilità", "lo scenario macroeconomico su cui il governo si è basato per disegnare le proprie proiezioni di bilancio è leggermente ottimistico" o "il raggiungimento degli obiettivi non è totalmente suffragato da misure sufficientemente dettagliate" cosa sono se non appassionati elogi per l'operato del governo del fare 2.0? Per non parlare del meraviglioso accenno alla corruzione che “continua a incidere pesantemente sul sistema produttivo dell’Italia e sulla fiducia nella politica e nelle istituzioni". Visto? Anche in Europa riconoscono i nostri meriti.
E' rassicurante sapere che Giuseppina Picierno detta Pina Ciriaca siederà ai banchi del parlamento europeo, anche se resta l'amaro in bocca per il suo secondo posto dietro al fine intellettuale mitteleuropeo Gianni Pittella: in mancanza Iva Zanicchi a Strasburgo le risate restano garantite. Già, perchè le possibilità sono due: o la Picierno non ha capito niente del documento UE oppure ha capito benissimo ma la sua onestà intellettuale è pari a quella di un Capezzone, solo un po' meno sveglio.